Na c’è qualcuno che è mai riuscito
a decifrare una ricetta di un dottore?

Succede quando sei dal medico. Ti ha appena visitato, ti ha snocciolato quello che devi prendere, ma detto così in fretta e a bassa voce, avendo i farmaci nomi assurdi tipo Zarzagnac, Stupifir, Xalidol, Kataclinx, e lui sa che tu non ti ricorderai mai niente. Così vale per quando e come devi assumere i farmaci. O prendi appunti velocemente (nessuno lo fa), o non ti ricordi una mazza. Allora il medico apre il blocchettino delle ricette e scrive. Ecco, il problema a quel punto è cosa scrive. La calligrafia dei medici è simile, ma molto vagamente, a quella di un alieno che viene da un pianeta lontano. Sono segni schizzofrenici, tratti incomprensibili divisi da parentesi e da punti. I geroglifici sono, al confronto, il sillabario di prima elementare di una volta. Lui ti porge il foglietto, tu gli dai un’occhiata veloce, tipo quella che darebbe a un testo in cirillico un nativo della Beverara, la pieghi, paghi e te ne vai fra sorrisoni e promesse di fare il bravo col vino o con qualcos’altro. A quel punto il fenomeno è questo: vai in farmacia, porgi al farmacista la ricetta, lui le dà uno sguardo velocissimo, va di là, senti che apre e chiude dei cassetti e torna con le due o tre medicine che il medico ti ha prescritto. Incredibile: il farmacista ha capito! E voi siete lì attoniti. Ma come ha fatto a capire? Eppure è andato di là, liscio e sicuro. Ed è tornato con i tre o quattro farmaci impronunciabili, quindi impossibili da scrivere. Riguardi la ricetta e ti convinci sempre di più che se metti in mano a un bambino di un anno una biro, più o meno ottiene quel risultato. Nei tratti segnati dal dottore credi di conoscere, sfumata, anche una faccia, ma è come con le rocce. Ma allora c’è un codice. Un segretissimo codice che medico e farmacista conoscono alla perfezione. Hai addirittura il sospetto che ci siano degli insulti o delle prese in giro verso di te, scritte in ostrogoto. Tipo: “Dai a questo babbeo delle gocce di Coralinix, che tanto non gli fanno un cazzo”. Probabilmente non è così, ma potrebbe essere, tanto tu quegli sgorbi non riuscirai mai a decifrarli. Stesso discorso per quei numeri barrati e punteggiati da virgole, trattini, barre oblique, parentesi. Sono le posologie. Siccome è impossibile convocare grafologi o esperti di scrittura (anche perché costerebbero un tot), si prega il farmacista di tradurre le direttive di quando e come vanno prese le medicine. Lui placidamente dirà: “Sì, queste due volte al giorno, una al mattino e una alla sera, questa invece dopo il pasto serale, e questa invece una al mattino dopo colazione”. Attenzione. Dovete prendere appunti. Quindi andate in farmacia sempre con un taccuino perché se sperate di ricordarvi quello che ha detto il farmacista (specie andando avanti con gli anni) siete persi. Avrete in casa quel foglietto malefico con i geroglifici e non saprete mai quando prendere i farmaci. A volte ci sono vere e proprie riunioni famigliari. “Te cosa leggi qui?”. Allora il coniuge dice: “Aspetta un momento”. Va a cercare gli occhiali, poi si mette a studiare. Si formano spesso capannelli con figli, nonni e badanti. A volte si va a suonare dal vicino di pianerottolo per chiedergli una mano. Se costui è un medico, allora leggerà subito la ricetta. Quindi il fatto che c’è un linguaggio segreto appare evidente. Un lingiaggio che loro conoscono. Loro, il farmacista e nessun altro. Se il vicino è un idraulico o un fruttivendolo ciccia. Risponderà che non conosce l’inglese e tornerà in casa. E voi resterete lì a rigirare quel foglio per ore. La “dottorgrafia” è ormai una scienza che viene studiata nel mondo. A Boston c’è un centro specializzato. Pare che una famiglia della Bolognina abbia provato a inviare negli Sates un ricetta per vedere cosa rispondevano. E arrivato un telegramma con scritto: “Dite al vostro medico che si faccia vedere da uno bravo. Stop”.”

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