Ne parliamo dopo le feste. Ma perché? Adesso non si può?

E’ mai possibile che bisogna agognare l’arrivo di questa terrificante vecchiaccia, col naso a becco, piena di rughe, con le scarpe tutte rotte, vestita come una barbona che viaggia di notte su una scopa, un essere di una bruttura infernale, che farebbe paura a qualsiasi bambino del mondo, anche al figlio di un tupamaros, e che porta delle caramelle (che di solito fan schifo perché dentro han quella goccia di liquore tristo) o del carbone (orrore, una roba che tra l’altro tinge) e le porta dentro a una calza che, considerando o look della vecchiaccia sudetta, non dev’essere neanche tanto pulita (anzi, l’Usl fa qualcosa o sta ferma ad aspettare anche lei i dolciumi riciclati e messi dentro a quel bagaglio?). Non si capisce come una tale invenzione, molto simile alla strega di Biancaneve (che non era buona subito, come si ricorderà) possa essere guardata simpaticamente. Già Babbo Natale, se un bambino dovesse trovarselo per caso di fronte di notte, mentre si alza a bere perché ha sete, vedere un estraneo che vien giù per il camino (“mamma, ma da noi che non abbiamo il camino, come fa a venire?”), e la mamma lì per lì glissa ma poi si inventa qualcosa) con la barba bianca, ciccione, vestito di rosso, chissà se si divertirebbe poi così tanto. Figuriamoci la Befana. Mocchè mocchè la Befana. Trovati mo te la Befana davanti, verso le tre di notte in casa tua, che vien fuori dal camino, poi voglio vedere se non le tiri una randellata in testa e poi chiami il 113. Comunque, a parte i traumi per una cosa che fa paura che sono in ogni caso molto più leggeri rispetto a quelli che ogni anno Bologna subisce alla vista del vecchione da bruciare in piazza (quest’anno sembrava il più brutto, ma c’è il sospetto che non ci sia una soglia e che si possa andare anche oltre), la Befana è lo spartiacque delle feste. Prima della Befana non si può fare niente. Dopo sì. Se tu, oggi o domani, dovresti incontrare uno per parlargli di una cosa, di un affare anche importante, di un progetto, di un’idea, la risposta sarà sempre: “Guarda, lasciamo passare queste feste e poi ne parliamo”. Si potrebbe sapere perché? Che non sei neanche andato via e sei lì che gironzoli per il centro e non sai che cavolo fare e fino a tre giorni fa chiedevi a tutti cosa fai l’ultimo? Perché non ci possiamo vedere e dobbiamo aspettare che passi quella vecchiaccia orrenda con le sue calze bucate (e sicuramente l’odore di pannolino, perché dopo tutti sti anni avrà pure anche lei una badante che le tien dietro)? La domanda a margine è: ma la Befana ha un po’ di Alzheimer? Dai, un po’ di sicuro ce l’ha, perché mi ha detto uno che se ne intende, che ultimamente scazza le case e se deve andare per esempio dalla faniglia Casadio non si ricorda e va dai Bertozzi. Facendo un gran casino con le calze. Ma è nornale, in fondo. Tornando al tema, il problema adesso, per due o tre giorni, è che non si dice più cosa c’è sotto l’albero per il Bologna, per il Governo, per Obama eccetera, ma c’è il luogo comune che se una squadra di calcio perde, il titolo obbligatorio diventa, esempio, “Carbone per il Bologna”, o tipo “Lopez trova la vittoria nella calza” (e l’immagine è onestamente complicatissima da immaginare, ma per fortuna la B non gioca)”. Va bè. In ogni caso, quelli che non ne potevano più delle feste, il cui numero ha una crescita esponenziale negli ultimi anni, fra tre giorni potranno tirare un sospiro di sollievo. “Oooooh finalmant, se Dio vòl!”, diranno. E forse se glielo chiedete, vi daranno un appuntamento. A meno che non vi devano dei soldi. Alllora sarà: “Vado fuori Bologna, appena torno ti chiamo”. Un classico.

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