“Proprio a capotavola?”
e nessuno vuole starci

Senza titolo-1“Come ci mettiamo?”. E’ la domanda al ristorante, quando, dopo aver identificato il tavolo, si sta tutti lì in piedi, in fase catatonica, in attesa di capire come sedersi e si scambiano occhiate furtive per studiare la mossa dell’altro, per anticiparlo o per vedere cosa fa. Una specie di surplesse, come facevano Maspes e Gaiardoni sulle bici nelle sfide al Vigorelli. Di solito interviene uno che nella compagnia è quello che mette a posto le persone a tavola. Cioè decide lui, con un criterio tutto suo e sul quale nessuno si azzarda a sindacare. “Tu ti metti lì, tu lì, la Paola lì…”. E qui, inevitabile, c’è il problema del capotavola. Nessuno, e non si capisce perché, ci vuole stare. “Io a capotavola? Nooo, dai io no?”. “Ben perché io?”. Chissà cosa può succedere a chi si siede a capotavola? Che responsabilità ha? A meno che qualcuno non dica la battuta classica: “Oh il capotavola alla fine han detto che paga lui eh!”. Frizzi e lazzi sulla questione. Nelle cene novanta volte su cento c’è l’obbrobriosa consuetudine di mettere gli uomini da una parte e le donne dall’altra. Siamo al top del maschilismo. Nessuno se ne è ancora accorto, sennò sai i movimenti internazionali sulla parità dei diritti, l’associazione delle donne emeraginate eccetera, sai che pippone salta fuori. Comunque le donne da una parte vuol dire far scattare il “gallinaceo”, che è quel modo di parlottare squittente e starnazzante, con urletti, falsetti acutissini e scoppi di riso irrefrenabili. Gli argomenti di solito sono: i figli che io no lo so, io non lo so eccetera, i professori a scuola che sono immancabilmente catalogati nella categoria dei dementi e bisognosi di psicanalisi, un posto bazza dove ci sono i vestiti a meno, una sbisciata su una tale che lasciata dal marito per una ragazzina. E’ la parte del tavolo questa, dove si sta attentissime alle ordinazioni, si dice che si è a dieta, si prende solo roba legerissima, poi si crolla, ci si sfascia nel dolce e arrivano mascarponi come se piovesse. Dall’altra parte gli uomini fanno scattare il “Io l’avevo detto”, riguardo alla crisi politica, al Bologna, alla strada migliore per andare al mare, alle pensioni. Tutti sanno tutto e ognuno sgancia una sentenza da cui dipenderanno le sorti dell’universo. Le due parti si ignorano. Solo qualche moglie va a zagnare il marito se vede che prende il profitterol. Mai visto, per contro, un marito andare a dire alla moglie: “Cosa prendi quel mascarpone!”. Per il resto due mondi distanti. L’unica cosa che accumuna i due gruppi è che si mostrano fra di loro i famosi “videini” buffi e così poi si ride e, come succede nel pericolosissimo campo delle barzellette, una o uno dice: “Eh adesso ve ne faccio vedere uno io bellissimo”. E’ il disastro. La successione dei videini può durare delle mezzeore, con piatti fumanti in attesa di essere mangiati. Un’altra caretteristica delle tavolate di coppie è questa: quando, fatta l’ordinazione, si attende un tempo un po’ più elevato ci sarà sempre qualcuno o qualcuna che dice: “Insomma, sti piatti? Niente. Facciamo così, adesso vado a fumare una sigaretta così arrivano”. Puntualmente, per un imperscrutabile gioco di alchimie e di chimiche con la mente di chi è in cucina, appena la persona girà l’angolo per andare fuori a fumare, i piatti arrivano trionfalmente in tavola. E’ una formula matematica. C’è una misteriosa sintonia di tutte le cucine del mondo. Basta anche accendersi al tavolo una Iqos, le nuove diavolerie di sigarette che non hanno combustione, (in molti posti si possono fumare e non si capisce perché permettano che si spanda sui tavoli quell’odore di bronza che esce da quelle sigarette). Si spalancano le porte della cucina e i piatti fumanti vengono serviti. Aborti di sigarette giacciono infatti in gran numero davanti ai ristoranti. Intanto, mentre la cena prosegue, il capotavola si accorge che a stare a capotavola non succede niente.

 

 

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