Nudo e ubriaco davanti ai parenti, la festa triste del laureato

rsz_laurea“Dottoooore…dottooooree…dottore del buco del cul, vaffancul vaffancul! (o anche “cogli un fior cogli un fior” come finale)”. Un coro che praticamente si accende ogni cinque minuti nella zona detta universitaria e cioè quella compresa fra via Zamboni, via San Vitale, Piazza Aldrovandi, via Petroni. Tempo di lauree, col sottofondo di questo coro, antico come il mondo che è il suggello del famoso “foglio” che dovrebbe servire per trovare un lavoro (ma che spesso è il pass per entrare trionfalmente nel mondo della disoccupazione). Le scene sono festose, la fine della scuola, la fine fine, non la fine per modo di dire. E’ il momento fatidico, il momento clou, la catarsi. C’è un particolare però, in queste esplosioni di gioia, che crea un grande impatto, emozionale, antropologico e generazionale. Si vede il laureato che di solito è mezzo nudo, mezzo vestito di carta igienica o di stagnola, o di un lenzuolo stracciato, con la corona di alloro in testa, con la faccia dipinta, con una scarpa sì e una no, che fende un groppuscolo di amici ululanti, mezzi, o del tutto, in cassa molesta. “Dottooooree…dottooooree..”. Il laureato è già ubriaco anche lui perché, dall’uscita dell’aula a lì, si è già fatto una bottiglia di spumante e due o tre cicchetti. Ma attenzione. Accanto al gruppetto procede con passo incerto un piccolo drappello di omarelli e di donnine, eleganti di età compresa fra i cinquanta e i settanta. E’ gente vestita bene, con la giacca, il gillettino e il cravattino gli uomini, il vestitino della festa le donne con la borsa buona. Le loro facce. Bisogna guardare le loro facce. Osservano il gruppetto di esagitati con uno sguardo fra il fisso e lo strabiliato. Facce su cui Pupi Avati ci farebbe subito un film. Sono i parenti, i babbi, le mamme, gli zii e i nonni venuti dal sud. Hanno lasciato il paesino col cuore gonfio di emozione. Hanno fatto cento ore di treno. La mamma ha approfittato per portare direttamente, senza spedirlo, il pacco coi peperoncini e il pecorino. Hanno fatto un viaggio in silenzio, verso il nord, pensando a come sarà. L’Università più antica del mondo, il lustro, il decoro di una grande città. La laurea. Il momento più alto della vita di un giovane. La fine di tanti sacrifici. Saranno sbarcati dal treno col cuore che batteva, Bologna, un indirizzo, un’aula, i professori, la cultura, la storia. Poi la discussione della tesi da ascoltare. E senza capirci neanche una virgola di quello che diceva il figlio o il nipote ma fa niente, non è importante. L’applauso, le foto, le lacrime di commozione. E infine la passeggiata fino al bar del rinfresco. Con quella torma di esagitati, quel magma ululante di gente ubriaca dura, “dottoooore dottoooore….”. Al primo “vaffancul” la nonna ha guardato il nonno. Non si sono detti una parola. Il nipote nudo vestito di carta igienica. Il figlio in mutande con la faccia dipinta di rosso. Il clangore delle lattine di birra. I baci smoderati, sulla bocca. Le toccate di sedere. E loro a guardare, come al cinema, in un film inatteso, senza capire se è bello o se è brutto. “Beh? Ma è questa la laurea? Fanno così? Bologna la dotta? L’ateneo? Il dottore mandato aff….?”. Ma come? Ma non se l’erano mica figurata così. E dopo al bar del rinfresco la situazione è peggiorata ancora. Birra, vino, urli. La festa. “Ah allora è questa la laurea Concettì”. “Accipicchia Bologna (con la seconda “o” aperta oltre l’immaginabile)…hai capito Mimì? Poi la fine, i saluti, qualcuno traballante portato via di peso. Vai mo’ a riprendere il treno domani, per tornare al paese. Dove aspettano i racconti. “Gli hai lasciato il pacco, Giuseppì?”. “Sì, sì Marì, gliel’ho lasciato nella credenza”. “Speriamo eh?”. E un sospirone, mentre le campagne corrono veloci dal finestro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *