Parlando al cellulare
come a una fetta di torta

shutterstock_246084697Sono nella preistoria i tempi in cui vedevamo uno che parlava da solo per strada e immediatamente pensavamo che era matto. Pian piano abbiamo dilagato. Col cellulare parlano tutti. O ce l’hanno all’orecchio o hanno le cuffie, che spesso non le vedi neanche, e quindi c’è uno che cammina e che sbraita da solo contro qualcuno, ma nessuno ci fa più caso. A nessuno viene in mente di chiamare un’ambulanza, anche se, per la verità, sarebbe più da chiamare adesso che prima, quando uno parlava da solo, ma fa niente. Si vede che per anni siamo rimasti implosi nel nostro camminare senza parlare. Chissà come stavamo male allora. Adesso finalmente possiamo blaterare continuamente, per strada, in macchina, in motorino, infilandoci il cellulare dappertutto, dentro al casco, fra la camicia e il collo, nel taschino della giacca, in un orecchio, su per il naso, sotto un ascella, ovunque ci sia un orifizio (ne risparmiamo altri). Ma ultimamente ecco la grande novità. Il “cellu-panino”, o il “cellu-fetta”, o il “cellu-pizza”. Fateci caso. Gente che cammina con passo svelto per strada, il telefonino tenuto davanti alla faccia, con la mano rovesciata in avanti e quindi con lo smartphone sdraiato in posizione diagonale, puntato un po’ verso l’alto. Come un missile sulla rampa di lancio, pronto ad andare in orbita. La gente parla. O, più spesso, manda messaggi vocali. E cammina. In pratica è come se tutti avessero in mano un panino, una fetta di qualcosa, una pizza, una focaccia e stiano per addentarla. Forse qualcuno lo ha già fatto. Forse qualcuno ha imburrato la fetta di Iphone e l’ha mangiato. La Apple sta cominciando a pensare di mettere in circolazione un Iphone molto friabile e di diversi gusti. Nel senso che uno parla, mentre va via spedito, e ogni tanto, gnam, dà un morsino al suo telefono. Sono carine queste persone che camminano con la loro fettina di telefonino davanti alla bocca, anche perché, prima d’ora, nessuno si è mai visto che parli alla propria pizza, mentre loro invece lo fanno. Il messaggio vocale è una trappola mortale. Quando ti arriva lo devi ascoltare e, se sei in un posto dove c’è casino, non senti una minchia. E maledici chi te lo ha mandato. In quel caso si vede gente che cammina col telefono appoggiato di lato, all’orecchio. Sembra una protesi di uno che non sta bene, ma la scena legittima il fatto che siamo comunque e inesorabilmente tutti attaccati a una macchina ormai. E se ci staccano dalla macchina moriamo fra atroci stenti. “Ti mando un vocale”, ormai si dice. I ditini quindi vanno momentaneamente in standby, o in pensione dal frenetico digitare, e, per accelerare i tempi, perché c’è fretta, non c’è tempo da perdere, si parla con la fettina di pizza davanti al naso. La domanda è: chissà se uno si sente ridicolo? In quella postura strana, avanzando nella folla e parlando con quel telefonino tenuto in quella maniera, come una propaggine della tua ansia, come tentacolo dell’urgenza, come portatore malsano di “p”. Le “p” infatti vengono amplificate dal microfono diventando tonfi orrendi per le orecchie. Buttiamo delle “p” oltre il mondo, oltre l’ostacolo, oltre la nostra faccia. Le nostre voci in quei messaggi vocali sono orrende, inascoltabili, ma fa niente, poco importa, l’importante è parlare urgentemente con qualcuno, mentre si sale sull’autobus, in macchina, mentre si parcheggia, mentre si cade, mentre si fa qualsiasi cosa. I vecchi saggi della piazza assistono attonito al cambiamento dei tempi, vedono la scena di questa gente che passa brandendo la fettina di Iphone e commentano: “Ban xa fèl lu lè?”. Ma vanno capiti perché molti di loro affondano le loro radici nel duplex e nei telefoni a muro. Quindi vengono direttamente dalla preistoria. Non hanno mai fatto colazione camminando e mangiando una fettina di telefono imburrata. Sennò la nonna l’ambulanza la chiamava subito.

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