Per strada col cellulare come api impazzite

Siamo al buio, per strada, mentre camminiamo. Come api impazzite, mosche cieche, farfalle sorprese da improvvisi fari notturni. Nessuno guarda più avanti. Si precede a istinto, a radar, con gli sguardi fissi dentro al cellulare. E mentre si cammina si digitano messaggi. Gli scontri frontali si moltiplicano a non finire, la gente si inzucca, si schianta contro altre persone (o contro pareti, muri, vetrate, porte di negozi). Mi scusi, mi scusi, mi scusi sti due…Gente che cade non vedendo gradini dei marciapiedi, sfrombolando a terra, ma attenzione, non facendo ahi, o dicendo “accidenti” o qualcos’altro. Da stesi in terra, con una distorsione a una caviglia o con una rottura dei legamenti, sono ancora là, sull’asfalto, in posizioni scomposte, che digitano, che inviano, che controllano, che mandano segnali. Fino all’ultimo, fino alla morte. Se per caso arriva un’ambulanza e li raccoglie continuano a mandare messaggi e si vede la barella che viene portata dentro al furgone del 118, con uno sopra con le braccia tese verso l’alto, per tenere in salvo il cellulare e continuare su Wattsapp. Lo fa anche se ha la mascherina dell’ossigeno, cioè se ne frega del mondo e del resto. Poi, quando si cammina, c’è il problema dei “blocchi”, come quelli che si fanno a basket. Hai uno davanti e stai provando ad allungare il passo per superarlo, tac si ferma di colpo, ha ricevuto un messaggio o una notifica. E’ un blocco efficacissimo, perché non è fallo, tu ci sbatti contro e canestro lo fa un altro. Ad alcuni in via D’Azeglio pedonale è stato fischiato sfondo. I blocchi sono uno degli ostacoli più efficaci quando fai una passeggiata, forse ancora di più di quelli che ti chiedono soldi perché in quel caso puoi andare via in palleggio.

Quelli che girano al buio ormai sono la maggioranza e presto arriverà un app per vedere gli ostacoli nel raggio di dieci metri, col sistema che hanno anche gli aerei o le navi o gli ultimi modelli di auto. C’è anche chi parla ovviamente al telefono, e cioè quasi tutti. Ultimamente va molto una nuova postura interessante. Non più il telefono incollato all’orecchio, ma tenuto davanti alla faccia, a 45 gradi, con la mano a conchetta, nel gesto come si fa quando si sta per versare in bocca gli ultimi pezzetti di qualcosa che stai mangiando in un cartoccino a cono. Si parla così, con facce garrule o incazzate, e il telefono tenuto a dieci centimetri dalla faccia. I motivi di questa postura che va molto di moda sono due: o ci si è presi paura perché c’era qualcosa di allarmante su un giornale riguardo alle radiazioni dei telefoni e allora lo si tiene lontano dal cervello pensando di durare qualche anno di più. O, seconda ipotesi, siamo alle prese con una conversazione vocale mediante Whatsapp e quindi si tiene il telefono inclinato in avanti, e con un dito dell’altra mano si preme il tastino della registrazione vocale. Il vantaggio è che si vede cosa c’è davanti e si può indirizzare questa metaforica prua verso un’altra rotta. La tentazione, quando li sfiori però, è dargli il colpetto improvviso, da sotto, per fargli volar via il telefono, ma non è sicuramente il modo per creare atmosfere idilliache o amichevoli. Per la cronaca le voci registrate a quel modo, gracchianti e con fiatoni sotto sforzo (perché la gente continua a camminare), fanno quasi sempre schifo, nel senso che chi le riceve rimane sempre malino e chi manda il messaggio, se per caso ha l’ardire di riascoltarselo, sviene. Adesso poi sta avanzando la moda di mettersi in diretta su Facebook col cellulare, però mentre non si sta facendo niente. Cosa che scatena, visto la profondità dei contenuti, interessi indescrivibili in tutto il pianeta.

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