Commenti recenti

Perchè al ristorante esotico
diciamo: ‘ci polta il conto?’

Quando andiamo a mangiare nei ristoranti etnici siamo irresistibili. A parte che il bolognese, quando dal giapponese, o dal cinese, o dal messicano o da qualsiasi posto, arriva un menù incomprensibile, ride. Sì, ride molto. Poi ci sono gli “esperti” che sanno già tutto e fanno gli sboroni e quelli che non ci sono mai stati che si affidano mesti e con l’occhio spento a chi sa già tutto, un po’ come la faccia che si fa quando ci si siede dal dentista, inermi, in completa balìa del nostro aguzzino. Allora. Si ride molto sui nomi dei piatti e sul “famolo strano” che è sempre la caratteristica del mangiare al di fuori dei turtlèn e dal taiadèl. Il cabarettista involontario che è dentro di noi viene fuori in questo caso prepotentemente, con battutone continue. Molto rumorosi di solito i tavoli di donne, essendo il suono dello “squittio” storicamente necessario per accompagnare i piatti esotici. Ci si cerca di calare nel clima. E anche se i giapponesi o cinesi che ti servono sono nati alla Bolognina o alla Beverara e parlano una esse bolognesi che fa paura, noi diciamo al momento ordinare: “Ecco, siamo plonti”. O “Volele oldinare”. Vendiamo guardati, in quel caso un po’ così. Il cameriere con gli occhi a mandorla va in cucina e appena è di là fa tra se e se: “Mo soccia che imbezèl!”. Un’altra caratteristica che abbiamo è che parliamo sempre col verbo all’infinito: “Noi chiedere dell’acqua”. “Noi avere bisogno di bottiglia di vino”. Chissà perché? Pensiamo che così si capisca meglio. Dal giappo salutiamo sempre con “arigatò”, che sappiamo a mala pena cos’è (con l’anziano del tavolo, rassegnato alla sua sorte perché trascinato lì dai nipoti, che sospira: “magari i rigatoni!”). Con “arigatò” ci sentiamo a posto. Insomma diventiamo tutti un po’ Totò. E a Parigi diremmo sempre quel: “noi volevam savuàr…”, dove poi ci guardano malissimo. L’estasi per l’esotico, in questi ristoranti (anche quelli indiani in cui ordinando facciamo spesso una specie di nenia e se avessimo il sitar lo suoneremmo) si spegne sempre sul “Socmel” borbottato dal cameriere cinese o bengalese, o comunque dai tratti somatici di Bruce Lee o di Sandokan. Lì si spegne la magia. Ma c’è la formula magica che ci fa tornare tutti a casa, a Bulàgna. “St’etra volta però- dice il nonno trascinato lì a forza – andàn po’ a magnèr dal taiadel eh?”. E tutti ridono felici.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *