Perchè l’uomo quando si sposa diventa solo “mio marito”?

L’uomo è difficile che lo faccia. Anzi, alle volte, maldestramente, nasconde la fede con la scusa che gli si è ingrossato un dito. Non dice quasi mai: “Mia moglie”, se non quando c’è da andare a ritirare qualcosa: “Va bene, passa mia moglie oggi pomeriggio…”. Sul matrimonio è pudico, o forse anche un po’ birichino (“Oh io non dico che sono sposato, non si sa mai…”). Quando si sposa l’uomo invece, perde automaticamente il suo nome di battesimo. E diventa “mio marito”. Mio marito qua, mio marito là. Sottolineano, a volte con un accento marcato: “Mmio marito”. Con due emme in tutte. Che poi quella fondamentale è la prima, è quella che dà autorità, lustro, gioia, trionfo: “Mio”. “Mio” è la bandierina di Armstrong sulla luna, è il territorio segnato, è la conquista dell’Everest. Prima era Antonio, Gianni, Franco, Athos. Poi, trionfalmente, “mio marito”. E il nome? Dimenticato, finito. Non si usa più. “Mio marito” è detto anche con aria di vaga conquista, con quel tono da Risiko, quando si vuol far vedere che qualcuno c’è cascato (pardon). Oppure in senso dispregiativo, quando se ne raccontano le malefatte. “Lu là”. In bolognese vuol dire quello là. “Lu là l’è turnè a cà imbariègh”. Non è più nemmeno “mi marè”, cioè mio marito. E neanche Alfonso. E’ “lu là”. In casa durante le discussioni in cui si cerca di coinvolgere i figli è quasi sempre: “…chiedilo pure a tuo padre”, o “tuo padre mi ha fatto venir su due marroni”. In questo caso la terza persona, impersonalizzando il tutto, la usa anche l’uomo: “To mèdar…”, tua madre. Ma uno ha anche un nome no, poveretto? Perché dopo il matrimonio non viene più chiamato col suo nome? Forse perché il termine marito è più forte? Esempio: la signora col classico Suv che si inciocca con un’altra macchina e scende per discutere (ma prima finisce di mandare il messaggio su Whattsapp che stava digitando al momento del ciocco), dice a un certo punto, quando la discussione comincia ad accalorarsi: “Adesso chiamo mio marito”. “Ci penserà mio marito”. “Lei parli con mio marito”. Non dice: “Adesso chiamo Gianni”, o “Ci penserà Aldo”, o “Lei parli con Melchiorre”. Sennò l’altro la guarderebe come un Ufo e direbbe: “E chi èl Melchiorre?”.

Nei tavolini di donne post Carducci e cioè quei tavolini del dopo ingorgo dei Suv nell’accompagnamento a scuola, quando c’è il relax dopo il Camel Trophy (via Dante è un Camel Trophy non nel deserto, ma appunto in via Dante), si sentono aumenti di volume quando una cerca di prevaricare le altre e di farsi sentire: “Mio mar…mio marito, mio maritoooo (e le altre finalmente si zittiscono) non mette a posto niente, non lo sopporto”. I termini più usati in quei tavolini sono, per statistica due: “Mio marito”, e “Non lo sopporto”. Ma, fateci caso, non c’è quasi mai un nome proprio. Se all’anagrafe il marito è iscritto come Ivano Buzzi bisogna correggere. E’ “Marito Buzzi”. Marito è il suo nome, è chiaro. Quando una donna alterca, cioè litiga, è seccata, lo usa come minaccia. L’altro giorno una signora vestita di pelle e leopardata fino all’anima, usciva furibonda da un negozio del centro, urlando all’indirizzo del proprietario o del commesso all’interno: “Adesso la prossima volta viene mio marito! Così vi mette a posto!”. Il marito in questi casi viene usato come giustiziere della notte (lei non direbbe mai “La prossima volta viene Mauro”). Se intorno c’è un pensionato, sempre àncora di saggezza, siccome avrà già identificato chi ha ragione, si potrà udire fra le righe, sussurrata ma non troppo, la frase: “Se to marè l’ha spusè onna axè, l’è un cretèn sicur!”. Traduzione: “Se tuo marito ha sposato una così, è un cretino sicuro”. E di solito ci vanno molto, ma molto vicino.

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