Prima parola dell’italiano all’estero: orangiùs

New York. I bambini la prima cosa che imparano a dire di solito è mamma. La seconda è cacca. Gli italiani che non sanno l’inglese e si trovano negli Stati Uniti la prima cosa che dicono è orangiùs (orange juice). La seconda è rèstrum (rest room). Il primo è un succo d’arancio e la seconda il bagno. Il resto è notte fonda. Il resto è solo gesticolare scomposto, a metà fra attacchi spastici e accenni di Parkinson per mimare la bisogna. New York pullulava fino alla settimana scorsa di italiani (e di molti bolognesi, ciao come va, anche te, qui, ma cosa fai qui, e te cosa fai, soccia siam tutti qui e via discorrendo nella debolezza eterna del riconoscersi con garrula gioia in altre parti del mondo). Registrato un fatto: da Abercrombie, se prima c’erano molti italiani, adesso è fatta, c’è il cento per cento di italiani. Non si vede un americano a cercarlo col lanternino. La formazione è padre-madre-figlio. La madre compra come una pazza, il figlio vaga cercando il wifi sull’Iphone come un rabdomante e il padre cerca angolazioni furbe da cui slumare le commesse.

Ma l’inglese resta sempre il grande scoglio. E’ stata ufficialmente la grande estate dell’orangiùs. Nella famosa colazione in cui si mangiano cose che in Italia nessuno mangerebbe mai neanche sotto tortura (tipo l’orrendo ma buonissimo bacon) spunta sempre questo beverone di liquido giallastro, che è un succo di frutta, spesso cattivissimo. Siccome il coffee americano noi non lo mandiamo giù (come concetto, perchè alla fine in fondo non è male) ci rifugiamo nell’orangiùs, che diventa facile da ordinare anche se vieni dalla Bolognina e parli solo in dialetto. Dici: “Orangiùs” e magicamente il beverone arriva (praticamente delle dimensioni di un boccale da birra, spillato da macchinette dove basta premere una levetta e la broda dal sapore più o meno di arancia vien giù all’infinito). Così uno è tutto contento perchè ha fatto un’ordinazione che è stata capita. Una volta tornati in Italia l’orangiùs tramonterà nel nulla, nessuno alla mattina lo berrà più a colazione. Ma si crolla quando poco dopo ti chiedono se ne vuoi ancora (“anything else?”) e a quel punto lo sguardo si perde, come un improvvisa paresi, nel vuoto e nel silenzio delle pianure del Nevada. Ma fino all’orangiùs si trionfa. Così come per il bagno, rèstrum, col punto di domanda e il ditino che punta in avanti verso un punto indefinito. Sono le due prime parole, i primi due vagiti, a parte “yà”, che vuol dire yes, ma quello è subordinato al fatto di aver capito cosa ti hanno chiesto, altrimenti per che cavolo dici sì?

Il restante atavico problema, e lo abbiamo visto in diversi casi, sono i menù in cui chi ignora la lingua si butta a ordinare un piatto scoprendo poco dopo che gli arriva una cosa completamente diversa. “Ma io credevo fosse carne, questo è pesce!”. Oppure: “Soccia avevo letto egg credevo fossero uova e sono arrivate delle melanzane”. Piatti fumanti e stracolmi di roba mai chiesta, con patate, fagiolini, salse, insalate, ignote guarnizioni, vengono depositati sotto il naso di gente che sussurra disperata: “Mo chi è che mangia tutta sta roba qui adesso?”. O anche: “Volevo un filetto, questi qua son dei fagioli messicani!”. Oh Aldo, te che sai l’inglese, cuss’el al guacamole?”. E via così. Verso il convegno internazionale dei fegati incazzati.

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