Quando il “tiro” è introvabile

Succede quando ce ne andiamo da una casa che non conosciamo bene, di quelle case che hanno un piccolo giardinetto che divide il portone dal cancelletto sulla strada. Lì possiamo cadere prigionieri. In ostaggio al nostro destino. Appena chiuso il portone alle nostre spalle (che di solito fa un suono premonitore, cloc) ci avviamo verso il cancellino. Chiuso. Chi ci ha congedato poco prima si è dimenticato di dare il famoso “tiro”, quello per il quale siamo conosciuti nel mondo, essendo Bologna l’unico posto della galassia dove il pulsante per aprire la porta si chiama così. La scritta “tiro” e “luce” (di solito pulsanti vicini) ha mandato in crisi milioni di persone venute da fuori. Pochissimi sono riusciti a capire cosa volesse dire tiro. Ebbene, tornando al cancellino chiuso, a quel punto cerchiamo il tiro. Non c’è. Mai. Solo in rarissimi casi è lì accanto al cancello, visibile e facilmente intuibile.

Si comincia a vagare come ubriachi alla quinta osteria fra siepi, angoli, anfratti, muri. Niente. Qualche perverso e genialissimo amministratore di condomino intanto è in casa, dietro alle tendine della finestra che osserva. E sogghigna in modo sinistro. Spesso il tiro è nascosto dietro a una siepe insospettabile,  non vicino al cancello ma a dieci, quindici metri da lì. A volte dietro a un muro, a volte in basso, nascosto da un arbusto pieno di spine, a volte è addirittura sul lato opposto della casa, vicino ai garage, ma questo è un caso limite. L’amministratore intanto, sempre sogghignando, mentre ci vede deambulare, borbotta fra se e se: “Fuochino…fuochino…acqua, acqua…fuocherello…”. E si diverte come un matto. “Maria – dice alla moglie – vieni a vedere quel signore che cerca di uscire”. E la moglie si unisce a quel sadico spettacolo.

C’è gente che non è mai più uscita da un palazzo e ha dovuto aspettare qualcuno che rientrasse, all’alba, rischiando di essere scambiato per un ladro o un maniaco. Spesso accanto al portone del palazzo i campanelli non ci sono e se il portone si chiude tu non hai più la possibilità di avvisare in casa, essendo il tiro stesso nell’androne dentro al portone, e si è vista gente con le braccia disperatamente protese fuori dal cancello, in posizione innaturalissima, cercare di arrivare invano al campanello. L’unica ciambella di salvataggio è il cellulare, a meno che, se è sera, quelli che ti hanno appena congedato non l’abbiano spento. In caso contrario arriva quella telefonata affranta, dieci minuti dopo: “Scusa sono io”. “Dimmi, hai dimenticato qualcosa?”. “No (pausa affranta)…mi apri per favore il cancello?”. “Ah scusa, mi sono dimenticato”.

Per la cronaca quasi nessuno si ricorda mai di aprire il cancello una volta che te ne sei andato. A volte si sta lunghissimi minuti, quando c’è un vialetto, fermi in macchina davanti a un cancello miseramente chiuso. In coda con altri se c’è stata una festa. Si ascolta un po’ di musica o la radio ingannando l’attesa, per non disturbare. Poi si decide e si fa la fatidica telefonata libera tutti, in un  curioso torneo di nascondino. ‘Però st’altra volta stai sotto te!”.

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