Quando va in onda il grande festival dei cioccapiatti

I grandi amiconi. Ma siamo poi sicuri che gli amiconi siano amici veri? Viviamo nell’epoca in cui tutti o quasi tutti, appena parlano di qualcuno appena un po’ noto, lo dipingono come un loro grandissimo e scontatissimo amico. Ad esempio apri la radio e senti il commentatore che dice: “Allora la Virtus ha deciso di cambiare allenatore, chissà a chi deciderà di affidare la panchina il mio amicone Renatone Villalta”. Oppure due che parlano di calcio: “Mi ha detto, Natali, che è un mio carissimo amico, che adesso le cose sono cambiate…”. Eccetera. Ma tutti queste amicizie esistono veramente? O chi dice così ha visto quella persona magari una volta sola, lui li ha salutati e fine della trasmissione? Com’è che non si dice mai: “Mi ha detto il fruttivendolo, che è un mio grandissimo amico, che sono aumentate le banane”? Perché l’amicone fruttivendolo è meno amico di Villalta o di Natali? “Io ho un amico dentro nel Bologna, vicino, molto vicino a Guaraldi (e poi fanno il gesto della mano furtiva, con l’occhio un po’ socchiuso, come una cospirazione internazionale) che mi ha assicurato che Diamanti l’han venduto già due mesi fa”. Notizie sparate là e suggellate dal certificato di amicizia. Se c’è l’amicizia vuol dire che è vero. E’ per questo che  trionfa l’epoca dei famosi “cioccapiatti”, categoria in febbrile espansione in città, ma non solo in questa città, ovunque. Il “cioccapiatti” (dal rumore dei piatti che sbattono facendo rumore) agisce sempre di rimessa. Ti dice che è amico con qualcuno con una semplicità e una facilità che mai ti verrebbe da interromperlo e dire: “Scusa ma come fai a essere amico di…?”. Se riesci a chiederglielo quello ti fa quasi sempre: “Eeeeh (come per amplificare) siamo amici da ventanni, eravamo insieme alle medie, siamo andati in vacanza insieme, le nostre mogli erano amicissime anche loro…”. Di solito bisogna scremare: non è vero delle medie e neanche dei ventanni, ma una volta a Ischia in un hotel il soggetto mangiava nel tavolo a fianco e hanno scambiato due chiacchiere. Le signore poi si sono viste un giorno al bar. E riga. Di lì parte la “ciocchescion” di piatti. Per esempio Lucio Dalla, da quel che si sente dire, era un grande amicone, ma amico amico eh, di almeno 6 mila persone. Siccome il fatto è, purtroppo, incontrollabile il fenomeno è destinato ad aumentare. Se uno al ristorante è seduto nel tavolo vicino a quello di Montezemolo, nel racconto del giorno dopo, diventa: “Oh, ieri sera ero con Montezemolo a mangiare”. O semplicemente: “Con Luca”. Spesso si usa solo il nome. Per esempio: “Dopo vedo Cesare per un caffè”. E tu per forza chiedi: “Chi è Cesare?”. Risposta: “Cremonini no? Cesare, chi è Cesare secondo te?”, anche un po’ incazzati, come se  avessi dovuto capirlo all’istante. Chi vuoi chi sia Cesare, no? Come fai a non esserci arrivato? E la gente comunque fa quel che può e anche se il personaggio non è il massimo la butta lì: “Oggi ho visto il mio amico Andrea e abbiam bevuto un caffè”. Andrea chi? “Andrea Pazienza no?”. E anche se Pazienza, giocatore del Bologna, è uno che lo fischiano anche se si gratta un orecchio, va bene lo stesso va. La speranza del tale sarebbe che tu gli dicessi: “Soccia, sei amico di Pazienza? Che culo!”. Ma questo è impossibile che succeda.

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