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Quegli spiritosoni
del coronavairus

virusGli spiritosi del Coronavirus. Si esorcizza anche così, e il bolognese in questo è un maestro. Ecco che piovono le battute, le battutine, i videini, le foto trasformate, le teorie, le reazioni, che incasellano le persone i grandi categorie identificabili per precise caratteristiche.
1 – Quelli che, con la faccia ammiccante, ti chiedono se devono portare la mascherina. E ti chiedono se va bene quella di carnevale. Per farti ridere. La mascherina è uno dei punti fondamentali del caso-virus. Ci sono quelli che ce l’hanno, quelli che non ce l’hanno e quelli che prendono in giro quelli che la portano.
2 – Quelli che quando ti vedono ti baciano e ti danno la mano lo stesso dicendo: “Ma io anche se c’è il virus ti bacio lo stesso”. Che magari l’altro non sarebbe neanche tanto d’accordo.
3 – Quelli che, pensando di alleggerire e sdrammatizzare, chiamano il virus “vairus”.

4 – Quelli che dicono che è una cosa serissima e che quelli che fanno dello spirito sono dei deficienti. Poi si chiudono nel bunker militare con le provviste (ma senza le penne lisce) e aspettano la guerra atomica.

5 – Quelli che dicono “par mè l’è una caghè”. E che è tutta una montatura e che è una prova tecnica di spostamento gregge. Ricorre la frase: “Siam proprio tutti dei pecoroni, va là!”. Col vecchio pensionato che risponde: “Ban? A sàn sàmpar stè axè!”.
6 – Quelli che rimbalzano notizie a pene di segugio tipo: “Han detto che bisogna soffiarsi il naso dalle 3 alle 4 di notte, che è l’ora di maggior rischio per l’incubazione” Addomanda: “Chi l’ha detto scusa?”, la risposta è: “L’ho letto”.
7 – Quelli che ne sanno comunque più di te. Quindi tutti. Non perché hanno letto ma perché conoscono qualcuno che ne sa, fosse anche il magazziniere di una farmacia. Che ha detto cosa bisogna e non bisogna fare.
8 – Quelli che guardano male i cinesi. Anche quelli nati a Bologna che non sono mai andati in Cina in vita loro e dicono “Socmel”. E comunque pensano che il virus sia nel sushi.
Poi tutti a osservare le distante di sicurezza. Non si può stare più vicini di un metro per le goccioline degli sputacci? Bene, l’hanno chiamato “Droplet” perché fa più figo (distanza era brutto). Il grosso problema restano gli aperitivi con i piattini sui banconi. Ci vediamo tutti lì e quando ci incontriamo ci salutiamo festanti: “Ccià! ccciao! ccciao” sputacchiando sulle noccioline che poi mangiamo felici. Pare, dice qualcuno ben infornato, che attraverso gli aperitivi il virus non si propaga. Pur se consumati oltre le 18. L’ha letto da qualche parte.

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