Quei finti alternativi
col frizzantino in mano

1_bmIn quei locali del centro, definiti di tendenza (che poi non si sa a cosa tendono ma fa niente), quei locali nuovi, un po’ patinati lounge, launge, leunge e te socmel, dove si radunano quelli stanno lì in piedi a raccontarsela quattro ore con in mano un birrino a 3 euro, avviene una sfilata puntuale, molto particolare, assolutamente riconoscibile. La sfilata dei “finti qualcosa”. Ci sono varie categorie di finti. Partiamo dagli uomini. Ci sono i “finti giovani”, cioè quelli che veleggiano oltre i sessanta e sono vestiti da ventenni, braga stracciata, braccialettini, facce lampadate e sigarini. Sognano un’amante giovane, a volte ce l’hanno a volte la raccontano. Ci sono i “finti poveri”, quelli vestiti con vecchi eskimi, le Clarke, la giacca di Piazzola, lo sguardo finto proletario. Rollano anche delle sigarettine così per. Ci sono, in gran voga negli ultini tempi, i “finti sporchi e sciattoni”, capello spettinato e lungo, giacche sbilenche, anfibi o infradito d’estate (ma di Armani da 200 euro), barba lunga quel che serve, emanano apposta un odore di dromedario che fa molto in. Pensano di far scattare attrazioni torbide sessualmente, ma a volte puzzano. Poi si possono notare i “finti abbiamo fatto il 68”. Se l’hanno fatto è impossibile da verificare ma loro hanno l’aria di chi l’ha fatto e adesso si concedono nei caffè ricchi e aristocratici con l’aria severa di chi condanna quello sfarzo. Usano spesso il termine “fascista” anche riferito al prezzo di un calice di vino. E qualche volta si possono incontrare i “finti persi”. Hanno lo sguardo perso appunto, parlano strascicato come se fossero sotto l’effetto di una canna, dicono che non gliene frega un cazzo ma c’è il sospetto non sia così, perché lo dicono sempre dopo essere intervenuti su qualsiasi argomento.

E poi ci sono le donne. La categoria femminile qui a va a nozze. Le “finte alternative”: zero trucco, capelli a criniera scompigliati, secche, con finti zoccoli modello olandese. euro dai 300 in su, calza di lana a righe che fa tanto Haidi, o anche stivaloni di gomma tipo caloscia, anche se se non piove. Non dicono mai la esse, ma usano al suo posto la zeta. Chissà perché. Una o due può succedere, ma tutte? Boh. Ci sono quindi le “finte manager”: sono vestite a tubino, eleganti, ben truccate, capello a posto, portano il computer, l’Ipad e l’Iphone, telefonano continuamente allontanandosi (forse hanno qualcuno a casa, forse una mamma, che lo sa e sta al gioco), sorridono molto e quando vanno via, vanno via dritte come sulla passerella di qualsiasi sfilata. “Ci sono le “finte sedute”, cioè quelle che non prendono posto al tavolo ma si siedono o sugli strapuntini fuori, sui gradini, quindi sono sedute ma in realtà non sono sedute. In questo modo possono alzarsi velocemete e salutare tutti facendo sempre finta di andare via (quando il locale chiude sono ancora lì). Ci sono le “finte bastian contrarie”, e cioè quelle che fanno continuamente viaggi e poi li smontano dicendo che non sono un gran chè, anzi molto deludenti. Questo vale per qualsiasi località. Sono prontissime perché in ogni posto ci sono andate proprio l’anno scorso. Uno è andato in Cina e ne parla? Loro subito dicono: “Ci sono andata l’anno scorso, un posto del terrore…”. E lì nessuno si azzarda più a dire niente. Poi ci sono le “finte bio o chilometro zero”. Arrivano di solito con una scatola di tisane in mano, tanto per far capire. Hanno pelli lievemente verdognole che hanno già sudato quello che è possibile sudare. Vanno in palestra otto volte al giorno, e i loro respiri odorano vagamente di aglio o di cipolla che, dicono, fanno benissimo. Nonostante l’aspetto clorofilliano sono allegre, ridono e scherzano. Ma c’è sempre qualcuno che le ha viste, una sera alla Steak House, sbranare una fiorentina. A domanda specifica diranno che non erano loro.

L’unico vero, alla fine, è il proprietario del locale, che ogni tanto vorrebbe anche incassare qualcosa. Perché sarebbe meglio.

 

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