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Quei menù raffinatissimi
Ma dopo te li ricordi?

page_8“Cosa hai preso tu?”. “Gramiga alla salsiccia”. E tu? “Tortellini in brodo”. Questo di solito era il dialogo, mentre a tavola si facevano due chiacchiere, nell’attesa che i piatti arrivassero. Parliamo di anni fa. Oggi, con i nuovi menù, i nuovi chef e le cucine mastercheffate, succede un fenomeno fantastico. Di solito c’è la consultazione dei menù, lunga a laboriosa e poi la scelta: “Per me, questo: spaghetti di grano saraceno con anacardi, noci, flambè di amarena e bitorzoli di mela acerba col sospetto di castagna”. “Per me invece questo: tortino di patate con gamberi dell’alto Reno, canocchiette vispe, verza della nonna, in una crema di arachidi e mango con spruzzate di alchermes”. Il cameriere va via. Intanto si chiacchiera. Dopo dieci minuti torna coi piatti, li sistema sotto il naso di chi li ha ordinati e i commensali, mentre attaccano a mangiare, spesso si chiedono: “Cosa hai preso tu?”. Il vicino rimarrà di stucco. Con lo sguardo perso nelle pianure degli Urali dirà: “Boh, spaghetti…poi non mi ricordo”. “E tu?”. ”Mah, tortino di patate e…boh”. Lo stesso gli altri. Nessuno si ricorda più cosa ha ordinato. Ed è passato pochissimo tempo. Sono informazioni che la mente rimuove. Come i brutti incidenti. Nessuno è in grado di ridire il nome del piatto. Ma neanche lontanamente. Si arriva a spaghetti o al nome della pasta, poi nessuno va avanti. E guardare il piatto non serve, perché di solito il parallelepipedo non aiuta, è un quadrato di roba, compatto, che se poi lo apri con la forchetta si adagia magicamente diventando un piatto normale. Se uno sa ripetere un ordinazione è da far vedere, un autistico come quelli che si ricordano tutti i numeri usciti al lotto negli ultimi 50 anni. E il giorno dopo? Se ti chiedono cos’hai mangiato la sera prima buonanotte. Nebbia fitta in valpadana. Figuriamoci se uno il giorno dopo si ricorda qualcosa, se non sapeva ridire gli ingredienti del piatto dopo due minuti. Il segreto è segnarseli in un foglietto. O tenere a forza lì il menù, sul tavolo. A forza perché il cameriere te lo porta via con la velocità di un mamba. Il giorno dopo rimarrà quel ricordo vago, sfumato, una specie di sensazione di un sogno, di quelli che poi non sai ripetere. “Sì, abbiamo mangiato benissimo”. Cosa? “Booooh. Mi ricordo solo tagliolini…stufato…e po’ basta. Un gran casèn. Mo bunèssum eh!”.

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