Quelle badanti che imparano al volo i modi bolognesi

Si assiste a un fenomeno antropologicamente formidabile. Avete presente le badanti? Inequivocabili, riconoscibili, localizzabili, in qualsiasi situazione. Si cammina per strada e la badante la vedi subito, la riconosci dal tratto somatico, dalla rotondità dei fianchi, dalle manone ciocciotte, e dal fatto, non trascurabile, che se le senti parlare parla in “badante”, e cioè in una lingua dell’est che non si sa se sia ucraina, moldava, slovena, ma è dell’est e su questo non ci piove. Il fenomeno è che la badante quando parla in italiano, essendo integrata e calata perfettamente nel tessuto bolognese, piazza là, all’improvviso, dei termini in bolognesi che ti stendono, ti spiazzano. Un po’ come i meridionali che sono qua da tanto e che dicono: “mo soocciamel bene mo’, ce l’ho dett anca alla mì muiera…”, o “mi piacciono i turtelleini…”. Nel mischione che si fa con le lingue quando si cambia città o paese, succede che per strada senti due badanti che parlano e una che dice: “Mi ar placea sa te cunosc mai bine, soccmel, ai vrea sa iessi cu min e introzi , in balotta”. Oppure: “De cint te am vazut ingubbiato pentru prima oara, a balùs”. Irresistibile. Le badanti assorbono dai nonni, fra un pannolone el’altro, i vecchi termini bolognesi e li fondono ai linguaggi delle pianure degli Urali o comunque quelle pianure dell’est, dove c’è quasi sempre odore di traversina di treno. Le badanti, nostra salvezza e nostro grande conforto nella gestione dei diversamente giovani (a Bologna una volta si diceva “i vicc”, cioè i vecchi, adesso se lo dici ti denunciano), non solo vanno via di “soccmel” e di “a tal cràd”, ma ogni tanto, fra le mezze frasi che puoi captare mentre sono tutte insieme, spesso fuori dalle Coop dove stazionano come i giovani delle compagnie stazionavano attorno alle baracchine dei gelati, senti: “ieri sera ho fatto da mangiare alla vecchia”, dove la vecchia non è la signora badata ma la vecchia maniera, oppure: “Pot sa rievemini crava ngora, che due maroni portare via rusco…”. O ancora: “mia signora baccaglia molto…”. “Suo figlio è bagaglio, azcra zitu coma nguni bagai?”. Usano quindi comunemente, diventando depositarie di termini sui quali noi non ci appoggiamo più e che sarebbe bene non perdere, bazza, batedo, beverone, boccheggiare, brozzare, bona lè, bresco, brustullo, buridone, busone, canappia cartola, cinno. Un giorno si è sentita in un bar (testimonianza del barista) una badante che stava uscendo dopo aver preso il caffè e siccome iniziava a piovere, dire: “Delle serie, adesso mi bagno un casino…”. Pare che usino molto, nel linguaggio comune, e anche a causa del lavoro che in effetti fanno, il termine: “sono arrivata dopo la puzza”. Le badandi sono inequivocabilmente simpatiche (naturalmente quando non tagliano la laccia con i soldi). Imparano a fare le tagliatelle, il ragù, le polpette, ogni tanto fanno assaggiare qualche piatto della loro terra e lì a volte ci beccano e avolte meno, ma è questione di gusti. Anche al telefono, quando parlano con casa, spesso mescolano le lingue e sono divertenti. “Imi pare fora l’esen foarte rau, znichievic, eh bèn bèn. E o piacere pentru mine zvola bigonza tar gnieski va là va là va là…”.

Noi ci vergognamo della nostra lingua, evitiamo il dialetto, lo consideriamo inverecondo e queste signore che arrivano dall’est invece provano a parlarlo. E se non è proprio dialetto puro imparano “tomella, tamugno, squasso, squizzare, smataflone, cioccapiatti”. Ebbene sì. Le badanti sanno cos’è un “cioccapiatti”. Si vede che ci conoscono già bene. E fra un po’ saranno più bolognesi loro di noi, vecchi fighetti di periferia, così gelosi del nostro cortilino privato. Dasvidania. A se vdàn.

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