Quelle liti epocali all’Ikea per la misura di una mensola

“Scusa Marisa, ti dico che questo è sessanta. Noi abbiamo bisogno di settantacinque”. No, te Eusebio hai preso male le misure, perché chissà dove hai la testa”. L’Ikea è un posto magico dove avvengono alcuni miracoli, uno dei quali è il fatto che i rapporti coniugali vanno in crisi con niente. Basta un decimetro. E’ un luogo dove essenzialmente si aggirano coppie: o in odore di matrimonio e quindi di casina da arredare, o in odore di badante, nel senso che sono coppie avanti con l’età che litigano su tutto ormai da anni, figuriamoci se si tratta di un colore di un mobiletto, della forma di un abat-jour o di una poltrona da salotto. I commessi dell’Ikea hanno uno scudo speciale contro i livori e le rabbie di signori che si presentano al banco delle informazioni per cercare la soluzione su una discussione, e per avere quindi ragione con l’avvallo dell’esperto. “Glielo dica mo anche a lei a mia moglie, che una mensola da sessata in uno spazio così non ci sta, non…ci…sta! Va bene?”. Il commesso qui dev’essere bravissimo per uscirne indenne. Di solito c’è una task-force che scatta automatica in quei casi e lo chiamano da un altoparlante, lui si scusa e deve andare. In realtà è un sistema protettivo perché il commesso eviti la rissa. Per il resto all’Ikea è un deambulare, all’apparenza tranquillo, di coppie col metro in mano e la matitina con il blocco degli appunti. Ma la scintilla è in agguato. “Ti dico che non ci sta!”. “E io ti dico che ci sta, tira mo fuori il metro”. “Non ce l’ho”. Allora sei rincoglionito, te l’avevo pur detto di prenderlo all’entrata!”. Per fortuna all’Ikea ci sono matitine di legno e metri dappertutto, anche per ammortizzare, nei limiti, le conseguenti dispute. Spesso, nel momento in cui la discussione è al top, l’uomo telefona a casa. Risponde il figlio, scocciato perché sta giocando alla play (da cinque ore). “Federico, mi prendi per favore il metro e mi controlli quanto è lunga la mensola che c’è in salotto?”. La risposta del figlio è quasi sempre: “Cos’è il metro?”. E lì parte una spiegazione di unità di misure e di sistemi per cacolarli da parte del padre (che sfiora anche Eraclito e Pitagora) e non se ne viene più fuori. La mamma lo interrompe dicendo: “booona Eusebio!”. E il figlio, che ha miracolosamente trovato il metro, dopo un quarto d’ora di ricerche in cui ha battuto palmo a palmo un palmo di cassetto, dice che è 450, sparando una misura che non ci sta in nessuna misurazione planetaria. La questione può protrarsi anche fino all’ora di chiusura dell’Ikea. Ogni tanto c’è, nel deambulare delle coppie, l’esplosione, l’ideona, il lampo di uno dei due che rompe un equilibrio già precario. “Marisaaaa, vieni qua, vieni qua!”, si sente il grido strozzato di un signore che sta cercando di veicolare un carrello già pieno di robe, che lo nascondono quasi completamente, mentre Marisa è là che sta sfogliando dei poster, non lo considera minimamente, poi si gira e fa: “Questo starebbe bene nella camera di Leandro”. L’uomo barcolla e mugugna qualcosa dietro a un involucro enorme (è quasi sempre una volgarità irripetibile). Lei, fiera della sua idea, prende il poster, che è una sventola di tre metri per cinque e lo infila nel carrello dell’uomo che, chino nel suo personalissimo personale, avanza a stento, su per le pendici del Golgota, con i centurioni che lo scudisciano e lo sferzano fino alle casse. Ecco perché ogni tanto dice: “Ieri mia moglie all’Ikea mi ha messo in croce”. E siccome la cosa succede, in questo caso, sotto Natale, ciò non è né bellissimo né di attualità. Comunque sia fatta la volontà della Marisa. E così sia.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *