Quelli che dicono di non andare allo stadio da quando…

Allora, premesso che il tifoso di calcio di Bologna è uno dei più grandi pessimisti della storia, uno che dopo un pareggio è già retrocesso e che scuote la testa (spesso anche a ragione) in senso di disapprovazione su tutto, è bello esaminare le grandi frasi storiche che vengono pronunciate per prendere le distanze dalla squadra. La prima è: “Io? Guarda, da quando hanno venduto Mancini non sono mai più andato allo stadio. Chiuso!”. Parliamo del 1982. Esiste sempre un fatto, un evento che determina il divorzio del tifoso. E quando dice quella cosa rincara con: “E bada che ero abbonato da 25 anni eh!”. Poi vai allo stadio un giorno e lo incontri che sta entrando in tribuna. “Beh? Non eri quello che non era mai più andato allo stadio?”. La faccia è di chi è stato sorpreso a rubare la marmellata dal frigo. “ Bofonchia subito scuse…”Ma nooo, guarda, è un caso. Mi ha regalato un biglietto un amico, ha insistito, non avevo niente da fare e allora…”. E’ come se ti volesse anche sussurrare: “Non dire a nessuno però che mi hai visto qui”. Il tifoso rossoblù è lapidario. “Io ho chiuso quando ha smesso Signori. Mai più andato”. Oppure: “Andavo allo stadio per Di Vaio, da quando è andato via basta” (in pratica ieri l’altro). Il tutto pronunciato con un senso di orgoglio, di vittoria personale, di grande scelta. Come quando uno smette di fumare, ma lì di solito la motivazione è diversa, lì la molla scatta (chissà perché) quando il medico dice: “Se lei non smette muore fra 24 ore”. Bologna pullula di gente mai più andata allo stadio. Con le motivazione più diverse: “Andavo nei distinti, poi quando ho imparato che mia moglie andava a letto col mio vicino di posto ho smesso”. “Mi han portato via il motorino in via Andrea Costa ai tempi di Papadopulo, mai più andato”. Poi ancora: “Avevo l’abbonamento e arrivò Tacopina. Quando ho capito che era un puffarolo ho messo a Sky e la guardo a casa”. O anche, di conseguenza: “Ho messo Sky, quando ho capito che sono dei puffaroli, vado al bar Ciccio”. E ancora: “Io ho smesso di andare allo stadio quando hanno venduto Logozzo”. Sono sempre frasi lapidarie. L’altro giorno il mio macellaio di fiducia mi ha detto: “Ero abbonato da 25 anni, era l’anno di Radice, del meno cinque. Facciamo un gran campionato e a giugno ero in macchina che ascoltavo la radio. Sento: il Bologna ha ceduto Dossena, Garritano e Eneas. Ho preso l’abbonamento che avevo in tasca e, siccome avevo il finestrino giù non ho fatto neanche tanta fatica, l’ho buttato fuori. Da allora mai più messo piede allo stadio”. Fare le valigie dal Bologna è il lutto di un divorzio. Ecco perché si fa fatica a staccarsi dalla “consorte”. Come in certe partite, quando ci sono certi tiri da trenta metri, a dieci minuti dalla fine di quegli 0 a 0 orrendi e implacabili, certi tiri che vanno altissimi sopra la traversa con la gente che si alza borbottando il classico: “Mo va a ban a fer dal pugnatt!” e scatta giù per i gradoni per andar via. Poi li vedi che si fermano laggiù, che guardano dalle inferriate, dal basso, da dove non si vede una mazza. Fanno altre due o tre volte quello scatto per andar via poi tornano lì. E ci stanno fino alla fine. Perché anche quello, in fondo, è amore. Però, in ogni caso: “C’at gnès un azidànt…te e al Bulàgna!”.

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