Quelli che “si avviano alla conclusione”. Aiutoooo!

“Perché vi voglio dire un’altra cosa…e mi avvio alla conclusione, che…”. Allora, diciamola pure chiaro e tondo: se è vero che ti avvii alla conclusione avviati mo’. Ma subito però, e con passo sostenuto, perché qui non ne possiamo più. “Mi avvio alla conclusione” è una delle tante frasi di quelli che fanno della pesantezza la loro essenza. Quando c’è un discorso, a un convegno, a una riunione, a una presentazione, di solito il suddetto discorso, prima che bello, efficace, incisivo, denso di significati o qualsiasi altro aggettivo, è lungo. Non esiste un discorso, dalle guerre puniche a oggi, che non sia lungo. O, come si dice a Bologna, una lungagna. E siccome chi lo sta facendo, pur essendo di una pesantezza inenarrabile, un po’ se ne accorge dice frasi sul tipo di: “…e adesso concludo veramente…”. Se sentite in un discorso quella frase dovete contare da quel momento una ventina di minuti almeno per stimarne la conclusione. Il “poi concludo” che le persone mettono in mezzo a un discorso è una trappola nella quale cercano di far cadere gli astanti che magari  sulle prime ci credono e pensano che il soggetto stia veramente concludendo. Invece non hanno nessuna intenzione di concludere ma andranno avanti con altre mille parentesi e cunicoli verbali che porteranno il discorso inevitabilmente nell’enorme territorio della rottura di marroni. La pesantezza della gente è proverbiale. E il bottone che ti possono attaccare è in agguato. Il tutto si presta benissimo a un commento in bolognese che dà l’esatta idea della questione, quel commento che istintivamente sgorga alla frase: “vi dico un ultima cosa poi ho veramente finito”. E’ un commento sinteticamente perfetto e cioè “mo soccmel”. Vuol dire che si sperava già molto prima che colui che sta parlando avesse veramente finito. Ma poi “veramente” cosa vuol dire? Che prima aveva detto una balla, che prima aveva detto che chiudeva ma sapeva benissimo che era ancora lunga? E’ come quelli che intercalano con “Adesso vi dico la verità”. Sottintende che prima aveva sparato zecche a più non posso, ma che adesso finalmente è la verità.

E’ inutile non ci può fidare di nessuno, prima di tutto di quelli che fanno i discorsi. Un’altra cosa tremenda che dicono è: “Non voglio rubarvi dell’altro tempo…”. Ma cosa vuol dire? Perché fino adesso ce l’hai rubato? Quindi hai commesso un furto. Non credere di passarla liscia se dici che non vuoi rubarcene dell’altro, adesso noi ti denunciamo e buonanotte. Il giudice poi giudicherà se, nel conteggio della pena, vale anche quello che ci avresti ancora portato via o no.

Insomma tutte frasi che hanno lo scopo di tranquillizzare la gente che ascolta. Come se si sentisse sollevata dal fatto che stai per concludere o che ti avvii. Allora potevi non iniziare nemmeno il discorso e avviarti, invece che alla conclusione, verso casa che magari era meglio. La verità è che bisognerebbe usare meno parole ed essere più sintetici. Come quel relatore francese (è autentica) che dopo un discorso in Romagna scese dal palco e incrociò un assessore del luogo dicendogli, visto che più tardi ci sarebbe stata la cena, “a se soir?” (pronuncia asessuàr). L’assessore stringendogli la mano tutto sorridente rispose: “Sì, a la cultùr”.

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