Quelli che vanno alla posta per attaccare un bottone

E’ inutile girarci tanto intorno perché la cosa è molto evidente: c’è gente che va all’ufficio postale a fare due chiacchiere. Anche in banca. Alla posta è meglio, chissà perché. Cioè, è gente che non ha chiarissimo il concetto che qualcuno potrebbe essere in coda ed avere una certa premura o quantomeno non sia venuto lì anche lui per fare due chiacchiere e sta aspettando paziente il suo il suo turno. A volte l’operazione per chi sta allo sportello è complicatissima. La persona è lì ferma da un cinque-sei minuti,  l’impiegato sta firmando moduli, facendo fotocopie, dividendo fogli, con aria serissima e preoccupatissima. Il caso spesso è così complesso che l’impiegato, o impiegata, si alza e va di là. In un posto misterioso dove evidentemente si mettono a posto le cose. Può stare di là anche cinque minuti. Poi torna, si risiede e riprende un duro lavorìo fra computer ed alcuni fogli. Stessa faccia scurissima. Nella fila la gente si guarda in silenzio. Qualcuno scuote la testa. Altri emettono sbuffi d’aria, soffiando nel vuoto (se uno non ha avuto l’influenza la prende lì, al novanta per cento). Finalmente, quando lo spinosissimo caso viene risolto, la signora (di solito è una signora) allo sportello, dopo aver rimesso faticosamente e lentamente le cose nella borsa ed aver controllato, sempre lì in piedi, tutti i movimenti dell’estratto conto degli ultimi due anni, dice: “Ma insomma…speriamo. Con questi ragazzi eh?”. L’impiegata, che quasi sempre conosce la signora, gentilmente non la può mandare e via e ribatte: “Ah non lo so. E’ un problema per tutti…”. E scatta un pippone mondiale sulla situazione dei figli, sul lavoro che non si trova, sul fatto che non fanno niente, su uno che è stato lasciato dalla ragazza ed è depresso, su un viaggio appena organizzato dalla figlia per il quale si chiede un consiglio. Insomma, la situazione precipita. Anche se la signora è sempre sul punto di andare via e parla di tre quarti, nella posizione di chi sta andandosene. Ma col tempo e l’esperienza capisci che è una trappola, una posizione finta per ingannare la coda. Siamo al trentacinquesimo minuto di una partita durissima iniziata con problemi tecnici di conto o di versamenti ed ora virata in una monumentale chiacchierata, punteggiata da dei gran: “Ah non lo so”, “Ah cosa vuole…”, “Ah è così, c’è poco da fare…”, sospironi e sguardi nel vuoto scuotendo la testa, che portano la coda a vacillare, a sbandare e ad avere momenti di prostrazione altissimi. A volte dalla coda si alza un “Booona!”, con la “o” chiusa, ma quasi sempre viene ignorato. Quando finalmente la signora riesce a venire via e sfila lungo la coda, viene incenerita da sguardi di odio profondo e di rabbia ai confini dell’omicidio.

La situazione appena descritta però è quella che può scaturire da un’operazione complicata che mette in ginocchio tutto l’ufficio postale e di conseguenza la coda. Il problema è che può succedere, ed è questa la novità degli ultimi tempi, che qualcuno va proprio lì, all’ufficio postale appositamente per fare due chiacchiere. Sta in coda, aspetta il turno, quando tocca a lui va allo sportello e dice: “Come andiamo?” (magari prima chiede un’informazione minima, tipo un modulo o una roba piccola usandola come pretesto). Gli impiegati sono quasi sempre gentilissimi ed educati, ma l’”anella” a volte è applicata con una professionalità che è difficilissimo uscirne. Conclusione. Per tutti questi motivi appena descritti e in seguito al tipo di situazione che si crea, l’ufficio postale è il luogo dove, statisticamente, è possibile ascoltare più che in qualsiasi altra parte del mondo il termine: “Dumaròn”.

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