“Ragazzi, che figata
arriva il pacco daggiù!”

pacco-da-giu-image“ZZono tornata zu ieri…ggiù si fa il bagno!”. Intanto spieghiamo: il termine “ggiù”, proprio così, con le due consonanti, è quello usato da chi è venuto “zu”, e cioè trattasi di studente o lavoratore che ha preso il trenino dalla Calabria, o dalla Sicilia o dalla Puglia per venire a Bologna a studiare o a lavorare (o anche a volte a non fare “ùncaz”, termime coniato negli ultini anni ma non dispregiativo essendoci l’accento sulla prima). A Bologna la parola “ggiù” viene pronunciata tantissimo, per strada, in autobus, nel locali. E ggiù si fa inesorabilmente il bagno in qualsiasi stagione dell’anno. In estate va bene, ma chiunque vada ggiù e torni su a novembre, a dicembre, a gennaio, dirà, magnificando la questione in faccia agli infreddoliti e intirizziti bolognesi, che “ggiù si faceva il bagno!”. Sempre. D’accordo che ggiù fa sempre più caldo, è fisiologico, ma sto’ bagno siamo poi sicuro che si faccia in qualsiasi giorno? Che sia nella vasca? Perché quello è anche zu allora. Ma il ggiù si eleva sempre e comunque a perfezione assoluta. Anche parlando dei prodotti. Perché ggiù è tutto è più bello, più puro, più incontaminato. Le olive, il pomodoro, i peperoni, i peperoncini, la frutta, la soppressata, il formaggio, le orecchiette, le orecchiotte, gli orecchioni, la pasta, tutto. Sono più buoni, a momenti, anche i tortellini e le lasagne o le tagliatelle (“i tortellini come zi mangiano ggiù non si mangiano da nessuna parte”). Capiamo l’entusiasmo e in effetti, sì, molte cose è vero che ggiù sono più buone, ma non è che sia un filino esagerato? Possibile che sia tutto tutto, ma proprio tutto più buono? Appurato che anche ieri si faceva il bagno perché ggiù la temperatura è 28-30 fissa, diciamo che noi da quassù però possiamo beneficiare, di rimbalzo, di un sacco di cose. Per esempio del pacco che arriva “daggiù”. Il famoso pacco che la mamma spedisce (o a volte porta) con ogni ben di Dio. Adesso c’è addirittura un sito ufficiale, che fa capo a Potenza: si chiama “Il paccoterrone.com” e spedisce pacchi nel mondo. Esiste pure un link su youtube che insegna a preparare il “pacco da giù”. Fantastico. Quelli che mandano zu le mamme sono pacchi delle meraviglie, detti anche i pacchi della fammigghia, con cui ti senti subito a casa: pani al sesamo, oli di un amico del babbo con cui friggere e soffriggere qualsiasi cosa anche le biro, pasta Barilla che si trova anche a Milano ma venendo daggiù è un’altra roba, salse di pomodoro in bottiglia sottovuoto che, appena fai tlac col tappo, parte una pizzica in sottofondo e tutti ballano, provole affunicate e caciocavalli, pecorini che ancora belano, mozzarelle di bufale campane che però vanno spedite con posta ultracelere e mangiate in stazione appena arrivate sennò addìo che t’amavo, pezzi grana reggiano o parmigiano perché ggiù costano meno, taralli alla cipolla o ai semi di finocchio che provocano fiatelle inenarrabili, origani dell’orto dello zio Peppe (che forse vien su per la laurea del nipote e si mette la giacchetta buona), salvia che finalmente sa di salvia, limoni che sanno di limoni, meloni che sanno di meloni, fichi d’India che sanno di fichi d’India, arancini che sanno di arancini ma anche di roba ammaccata, perchè nel viaggio si fracassano, infine ghirlande di peperoncini piccanti a livelli di incendi che l’Inferno di Cristallo è un film della Pimpa. Alla fine, a corredo, e opportunamente scassati dal viaggio, ci sono i biscotti della mamma che sono talmente buoni che se osi dire “mo sì, buonini…”, ti dicono subito che: per forza, mangiati ggiù sono una cosa e mangiati zzu un’altra. Nel senzo che in viaggio perdono il loro gusto originale. Probabile. Tutta roba buonissima comunque che crea anche quel meraviglioso alito di campagna, il famoso “alito da pacco”, che esportiamo in tutto il mondo. Bene. Io, a questo punto, quasi quasi mi infilo il costume, prendo un Ryanair e vado ggiù a fare un bel bagno.

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