Sai che mi è venuta un idea?
Aprire un ristorantino

“Sai che avrei una mezza idea…aprire un ristorantino…”. Il più delle volte inizia così. E di colpo tutti quelli che l’han detto, l’hanno poi anche fatto. Ecco perché la città pullula di posti ogni tre metri, appena giri l’angolo, pieno di locali nuovi, appena aperti, dove si mangia. L’era dei ristorantini. Dove quel “ini” dovrebbe dare il senso del non impegnativo e dove invece l’impegno alla fine dei conti è da massacro galattico. Adesso quando uno non sa cosa fare, non deve più star lì ad inventarsi qualcosa, ad elucubrare sul futuro. Facile. Apre un ristorantino. Lo dice di solito con una semplicità come se dicesse: “facciamo una briscola?”. Chissà perché aprire un ristorante o una trattoria, o un posticino dove si dà il taglierino, la minestrina, il piattino, l’insalatina (tutti “ino” ovvio, così non è impegnativo), dovrebbe essere poi così facile? C’è gente che fa il ristoratore da una vita, ci ha lasciato il fegato (e qualche gruzzolone) ed è ancora lì che dice: “Soccia ragazzi, è durissima!”. E invece la tribù dei faciloni parte da quella frase, detta in casa, con gli amici, una sera: “Sapete che mi sono rotto i marroni del mio lavoro. Sto pensando seriamente di aprire un posticino, ristorantino. Una roba semplice e via”. E tutti: “Daaaai! Grande idea, tanto te sai far da mangiar bene no?”. E lì parte la grande illusione. “Alora. Parto da qui. Io faccio una carbonara che è da urlo, che una carbonara così ti assicuro non l’hai mai mangiata. A detta di tutti eh? Prova mo’ a chiedere. Quando faccio le cene e faccio la carbonara vanno tutti giù di testa…”. E da lì il passo è breve: “Un posticino. Piccolo. Senza inpegno. Io faccio la carbonara, mia moglie fa le lasagne che è brava perché le ha insegnato sua mamma, poi cosa vuoi mai…la gente, dopo, non mangia più tutti quei secondi come una volta. Facciamo due taglierini, due insalatine e vai. Facciamo il botto. Perché….se la roba buona, e la qualità è alta…prima o poi è un’equazione matematica”. Ecco. La chiave è in quel prima o poi. Sì, ma quando? Quando prima o poi? E se non fai il botto? E se hai bisogno di un cameriere e prima di trovarne uno, ne hai provati cento che ti hanno fatto dei danni inenarrabili? E se alla gente la tua carbonara alla fine è normalissima o, ancor peggio, fa abbastanza cagare? Cosa fai? Invece sulla carta sembra tutto rose e fiori. All’inizio. Nessuno si pone il problema che quello del ristoratore è un mestiere, non uno scherzetto fra amici. Un mestiere di una difficoltà siderale. E invece che si fa? Tranquilli e beati ci si rifugia nell’ideona del taglierino. A Bologna sono spuntati un numero di taglierini con l’affettato e i due pezzettini di formaggio, che è incalcolabile. Si parla di centinaia di migliaia di taglieri, che chi si mette domani a fare taglieri di legno o di plastica fa un business mondiale. Nel tagliere si affoga qualsiasi dubbio. La parola tagliere significa che il locale avrà automaticamente successo. “Mah sì, di secondo niente…facciam dei taglierini, facciam dei taglierini”. Ma sì, dai mo’. Fai dei taglierini e vediamo quanto duri. E così i locali aprono come funghi. Con la carbonara che a casa era buonissima, la moglie che si lancia sulla lasagna e i taglierini come se piovesse. I locali aprono come funghi e dopo un po’ chiudono come funghi. Avete presente i funghi? Nascono all’improvviso e altrettanto all’improvviso spariscono. Si fa il botto, certo. Nell’altro senso però. Perché, dopo gli evviva e gli hurrà per l’ideona geniale, arrivano i conti, i lavapiatti che vanno via, i fornitori che ti fanno un bidone, i clienti cagacazzi, la tassa dei ruschi, una carbonara che viene storta, uno che rompe un bicchiere in testa a un altro, uno che vien dentro ubriaco, una pippa per il dehor, una multa, l’Usl, i Nas, le ispezioni e buonanotte e sogni d’oro alle carbonare fantastiche e a tutti taglierini del mondo. “Ou! Domani sera andiamo nel locale di coso…?”. “Mocchè, l’ha bèla srè!”.

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