Scusi ma io il vu vu vu non so neanche cos’è

Un signore, di una certa età, diciamo definibile come neo anziano, è allo sportello dell’INPS (ma puà essere la posta, la banca, o qualsiasi altro ufficio pubblico). Dietro c’è già una fila che schiuma e ondeggia come il mare quando c’è Garbino. Infatti la folla, come, il vento, viene sud ovest e cioè dall’ingresso verso lo sportello. E per il signore si alza subito bandiera rossa perché l’impiegato gli fa: “Avrei bisogno della mail”. Dramma. “Ah non ce l’ho micca”, dice il signore. “Aspetti mo che chiamo mia figlia che le do la sua”. Estrae un cellulare antidiluviano (quei Motorola con lo sportellino che si apre) e chiama. La figlia risponde, lui prende un foglio e scrive. “Dimmi…allora Lucia Cavina, ci va la maiuscola? Ben perché poi con la minuscola?”. La figlia spiega che le mail sono tutte con le minuscole. La folla intanto aumenta e minaccia tempesta. “Ah, elle punto? Allora elle punto cavina….chiocciola?”. L’uomo guarda con occhio meravigliato l’impiegato. “Ha detto chioccola, va bene? No perché un’altra volta aveva detto chiocciolina…vuol dire che questa è più grande? Cioè normale? Devo scriverla uguale?”. L’impiegato ha lo sguardo che si spegne nella rassegnazione. E risponde: “Et! Si dice et la chiocciola”. E l’anziano: “Cosa? Et? Am pèr un quèl in latino!”. Poi la dettatura continua. L’uomo scrive e poi fa: “Cuss’el al trattino basso?”. La figlia dall’altra parte del telefono dice qualcisa che evidentemente lo convince e lui va avanti. Poi ha uno sbotto di collera: “Mo xa vol dir Alice? Te non ti chiami Lucia?”. E rivolto allo sportello: “Scusi eh, ho due figli, Lucia e l’altro si chiama Manuel, perché poi nella mail han messo Alice? E chi èla Alice?”. La fila alle spalle sbanda, qualcuno mette la mani nei capelli, qualcuno piega la testa. Scoppietta qualche socmel qua e là. Si impiega un’altra mezzoretta per appurare se è punto com o punto it, dove comunque il signore obietta, cercando di buttarla in ridere, che forse dietro a hotmail c’è un giro di porno. Ma nessuno ride perché il tempo si è dilatato a dismisura. Uno dalla file dice: “Scusate, io ho un treno!”. Che è la nuova scusa che dovrebbe funzionare per scavalcare tutte le file. Ma stavolta non funziona perché uno risponde: “E io un gommone a Bellaria, in più anche due maroni così”. Quello del treno si quieta subito. Intanto la mail è stata faticosamente compilata, il signore riattacca la comunicazione e ci si immagina la figlia dall’altra parte che cade stremata sul divano sussurrando un: “Ce l’abbiamo fatta”. L’impiegato registra la mail poi dice al signore che, per ulteriori inormazioni di pagamento, deve andare sul sito. L’uomo lo guarda supefatto. “E dov’è?”. Qui va in scena una scena di grande livello vocale. L’impiegato parte con un “Vu vu vu…”. Il signore si sovrappone subito in tono interrogativo: “Vu vu vu?”. Tutti e due a questo punto partono con vari toni di “vu vu vu” che creano una curiosa scala ritmico musicale. L’anziano che ha la dentiera sputa anche un po’. Dopo alcuni istanti il ritmo del “vu vu vu” viene seguito anche dalla fila e sembra l’inizio di un gospel nelle chiese di Harlem quando tutti battono le mani. Il “vu vu vu” però gradatamente si trasforma in un suono altrettanto musicale ma meno suggestivo che è: “du ma ron” perché la fila non ne può più. A questo punto il signore, preso nota dell’indirizzo del sito esce, esce salutando tutti con aria di scuse. Pare, ma c’è chi giura di averlo visto, che abbia preso un taxi, abbia dato il bigliettino con l’indirizzo al taxista dicendo: “Io dovrei andare in questo sito qui, non so dov’è, faccia mo lei…”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *