Se gli esami del sangue
diventano un incubo

v4-728px-Get-a-Blood-Test-Step-5Tutti prima o poi. Gli esami del sangue. Un evento tremendo a cui ci si avvicina con trepidazione. Tutti. Gli over 70 perchè temono la fila, quelli di mezza età perchè temono che gli trovino qualcosa di brutto, i ragazzi perchè temono la rottura di marroni di svegliarsi presto, i bambini perchè temono il forotto, qualcuno, e ci sono, perchè temono di svenire. C’è chi ha il terrore degli esami del sangue. Intanto la psicosi comincia la sera prima. Mangiare poco e leggero, non bere (“domattina ho gli esami del sangue, niente cicchetto”) esagerando perchè una birrozza o un bicchiere di vino in realtà non fanno niente “eh valà, che dopo si vedono”). Una specie di notte prima degli esami, anche se questo è un altro film. Poi la sveglia. Messa un casino di tempo prima, all’alba o ancora prima, quando è ancora un buio tragico, per non sbagliare. La crisi da caffè colpisce tutti. Non si può prendere niente, solo acqua. Gente che si aggira deambulando nell’attesa, come zombi disperati, con gli occhi chiusi e le braccia protese in avanti come sonnambulipronti a commettere un omicidio. I livelli di nervosismo sono ai massimi. Senza caffè e brioche si risponderebbe male anche al Papa. Poi si va. Il parcheggio, le smadonnate, la ricerca di dov’è il posto. Negli ospedali, al mattino, è pieno di esseri umani che si aggirano senza un senso, con un foglietto in mano, guardando delle scritte, sbagliando corridoi, finendo in un altro reparto, dove a volte, se non dicono niente, possono venire anche operati per sbaglio. Sono momenti durissimi. Ci sono alcuni che sono entrati al Sant’Orsola o al Maggiore, infilando corridoi sotterranei e sbucando poi, poco più tardi, ai Bagni di Mario. Chi non si perde finisce davanti al macchinino per pagare il ticket, dove tutti sembrano alle prese con una scultura incomprensibile della Biennale di Venezia. Gli sguardi sono interrogativi. Mariti lanciano un occhiata disperata alla moglie a fianco e lo sguardo diventa ancora più disperato perchè in quel momento si accorgono che è brutta e che era un casino che non la guardavano. Intanto l’assenza di caffè e di qualsiasi cosa di commestibile, fa aumentare la possibilità che gli aliti non siano a postissimo e quindi gli afrori che si colgono in quei corridoi (specie se qualcuno ti viene vicino e ti chiede qualcosa) sono da profonde cloache o di tetre discariche abbandonate. Mariti e mogli litigano pressochè continuamente, perchè per lui bisognava andare di là, per lei di là, “insomma non capisci niente, vaffanculo”. Le persone che si mandano a cagare a settant’anni fanno anche un po’ impressione, perchè non ti aspetti che usino quel termine, tipico di un’altra età. Poi c’è il grande quesito di qual è il bottone da premere per prendere il numero, se quello di destra o quello di sinistra. Certi matrimoni si chiudono lì e c’è un uscita secondaria, fornita da certi ospedali, che dà direttamente nello studio dell’avvocato per iniziare le pratiche. A quel punto tutti seduti in attesa, con davanti dalle 50 alle 60 persone, parlando di malattie o di qualcuno che stava bene “mo l’è vanzè l’è”, cioè è rimasto lì, cioè è morto. Qualcuno usa il termine transaminasi che getta altri nello sconforto o in un tunnel senza ritorno. C’è chi chiede sempre a un altro seduto di fianco: “C’è lei dopo?”. Poi, alla chiamata, ci si precipita dentro e succede tutto in fretta. Alla fine la frase che ricorre più di altre è: “Ou, il forotto non l’ho neanche sentito”. Cotone sulla puntura, cerotto che avvolge il braccio e lì il pensiero va spedito a quando, più tardi, lo devi togliere e al dolore lancinante dei peli strappati inesorabilmente dal gesto. C’è gente che ha tenuto il cerotto per mesi per rimandare quel momento terribile. Dopo tutti al bar dell’ospedale a bere finalmente il caffè e a strafogarsi con la pasta più alla crema che c’è.

Tanto chi se ne frega, il colesterolo l’han già esaminato.

 

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