“Se non ti vedo più buone feste…”. E io mi tocco

C’è da toccare ferro, è inutile. O altri metalli umani. Sì perché in questi giorni incontri gente per strada che non vedevi magari da cinque anni, che ti ferma, ti saluta e alla fine fa: “Ciao allora eh, e se non ti vedo più Buon Natale”. E ti dà la mano, con gesto sentito di solidarietà. In pratica un’estrema unzione. Ma come sarebbe a dire se non mi vedi più? In che senso? Che razza di gufata è questa? E lì scatta la toccata di ferro. A parte che è anche probabile che non mi vedi, perché se non ci siamo visti per cinque anni, è possibile che ne passino altrettanti, ma non si sa mai. Può darsi che domattina ci incrociamo ancora e allora come si fa? Ce li rifacciamo? O diciamo: “Beh, gli auguri ce li siam fatti ieri, ciao, ciao”. Se non ci vediam più buone feste. E’ un ritornello continuo in questi giorni. “No no ma vedrai che ci vediamo ancora”, uno dice, speranzoso che non sia l’ultimo atto, che ci sia ancora spazio per vederci un’altra volta, magari piccolina, così possiamo farci gli auguri in maniera definitiva, in modo da affrontare il Natale pieni del fatto che intanto gli auguri di quello lì io ce l’ho. Anzi, ce l’ho doppio, perché me l’ha fatto due volte. Oppure si guarda l’orologio: “Cos’è oggi, eeeh, il 13, è presto, ci becchiamo ancora vedrai” (è difficile, perché se ti vedo in lontananza svicolo da un’altra parte, con la paura che mi dici quella cosa lì). Le persone sono molto colpite dalla possibilità di non vederne altre, di qui a Natale. Ma quando il “se non ti vedo più” è di uno che veramente non incontri da un secolo, allora bisogna correre ai ripari. Magari chiedendogli un numero di telefono, che non hai mai avuto. Così possiamo rivederlo ancora. Trovandolo magari anche un po’ invecchiato (ma questo perché l’altra volta era fresco di lampada). Tanto non c’è niente da fare, da adesso a Natale e anche dopo (il dopo vuol dire il delirio del “cosa fai l’ultimo”, problema angosciante), con tutte le persone incontrate per strada o in qualunque posto, il discorso finirà con gli auguri. “Ti vedo ancora?”. Risposta: “Boh, non lo so, comunque sono in giro…”. Allora buone feste, buon Natale, buon anno, buon tutto insomma”. Il “buon tutto insomma” è molto gettonato ultimamente. Sì perché comprende tutto, anche se uno ha un’unghia incarnita o deve essere operato di tonsille. Buon tutto. Compreso buon sgombero del negozio che hai dovuto chiudere perché è fallito. O anche buona lite col vicino di casa a cui hai allagato tre stanze perché avevi una perdita nel tuo rubinetto. Buon tutto. Il “buon Natale” viene condito spesso anche, per dare un senso di grande complicità, col termine “vecchio”. “Buon Natale, vecchio!”, o anche “vecchio mio”. Ma vecchio sarai te, defizant. Sarebbe bello dire, in quei dialoghi demenziali fra passanti casuali: “Allora, se non ci vediamo più…”. Poi fare una pausa e proseguire: “…sappi che sei stata una persona che ho sempre stimato, occupati tu dei miei cari, addìo…”. Per vedere la faccia che fa. Altra particolarità degli auguri è il “veramente”. “Ti auguro Buon Natale e buone feste…ma veramente eh?”. E ti stringono la mano molto forte. Quel veramente cosa vuol dire? Che agli altri hai fatto gli auguri così per modo di dire, da fintone, mentendo spudoratamente? E che gli auguri veri sono quelli lì, quelli che stai facendo adesso? Può essere. Ma ci vuole un comitato di controllo in quel caso. Uno che interviene, analizza l’augurio, lo mordicchia anche per sentire meglio e poi dice se è vero o falso. Allora ti prendi gli auguri quelli buoni e vai via tutto contento. Nell’altro caso? Semplice. Nell’altro caso fai causa.

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