“Ti chiamo che ti devo parlare di una cosa…”. Seh, buonanotte

Avete notato che ci sono persone che vi devono chiamare e non vi hanno mai chiamato? E’ una vita costellata di questi appuntamenti telefonici rimasti appesi a un niente, a una promessa, a un progetto, a un’idea da realizzare. Il “cioccapiattismo” in questo caso trova il suo alveo naturale e Bologna essendo una città notoriamente di “cioccapiatti” è piena di questi esempi. Due che si incontrano per strada: “Ciao, come stai, bene e tu…”. Poi, dopo la fiera del trito e ritrito, uno dei due fa: “Ti chiamo? Dai ti chiamo che così ci prendiamo un caffè, ti devo parlare di una cosa…”. “Bene”, fa l’altro. “Quando vuoi…”. Ci si saluta. Ognuno va dalla sua parte. Mai più visto né sentito. Salvo poi reincontrarsi tempo dopo, dove quello che doveva chiamare e non ti hai mai chiamato, ti anticipa dicendo: “Ciao, ti devo sempre chiamare eh…appena ho un attimo che parliamo di quella cosa…”. E va via di fretta. A parte che non si sa di che cosa ti deve parlare perché, non avendoti chiamato, non te l’ha mai detta, ma il fenomeno può accadere molte altre volte. L’incontro successivo sarà caratterizato dalla frase: “Oh, noi ci dobbiamo sempre sentire eh, ma ho avuto un casino, ho fatto trasloco, è morta la mamma di mia moglie…appena mi sistemo ti chiamo…”. Tu ripeti sempre la solita cosa: “Quando vuoi, io son qua, chiamami pure”. La cosa rasenta la comicità perché ogni volta vedi la persona in lontananza sai già quello che ti dirà e tu cerchi di rimanere serio con sforzi disumani. Il bello è che quando la persona ti incontra e ti dice che ti deve chiamare sembra crederci veramente, forse ne è veramente convinta, lo vedi anche dalla faccia contrita che fa quando te lo dice e si scusa perché “non ce l’ha ancora fatta”. Probabilmente viene vinta dal suo stesso “cioccapiattismo” nel senso che quando manifesta l’intenzione di chiamare è sincera ma poi la “malattia” (Il “cioccapiattismo” in fondo è un po’ una malattia) ha il sopravvento. Ci sono milioni di progetti che si arenano nel “Ti chiamo che ne parliamo davanti a un caffè?”. Viene il sospetto che il problema sia quel benedetto caffè. O la persona ne prende talmente tanti che non riesce a far fronte a tutti i caffè che deve prendere insieme a qualcuno, oppure ha smesso di bere caffè perché il medico gliel’ha proibito e tutti gli appuntamenti “davanti a un caffè” sono così decaduti. Da notare che di solito la promessa di chiamata con caffè è quasi sempre la prossima settimana. “La posssima settimana va bene?”. “Benissimo”, tu rispondi già sapendo…Oppure “Adesso devo andare a Milano due o tre giorni, appena torno ti chiamo…”. Ma dico, se devi dirmi una cosa importante non puoi dirmela adesso? O fra un’ora? O domattina? Allora perché? Perchè “cioccapiattare” così? O comunque potresti accennarmi l’argomento? Così per curiosità, mica per altro. Personalmente conosco delle persone che sono almeno quattro anni che mi devono chiamare. E che tutte le volte che le incontro insistono sullo stesso tasto (uno ha detto che aveva perso il numero poi l’aveva magicamente ritrovato). Non fa niente per carità, ma in fondo un po’ dispiace, per loro, che non ce la facciano, perché vuol dire che sono talmente impegnati che non hanno trovato un buco in quattro anni. Un’altra soluzione forse sarebbe quella di non dire più “Ti chiamo eh, ti devo sempre chiamare, ci prendiamo un caffè…”. Non dicendolo non cambia niente. Ai fini del risultato finale, diciamo. Certo, non si avrebbe più diritto, in quel caso, a partecipare al grande raduno annuale dell’Associazione Cioccapiatti Mondiale. E sarebbe un peccato.

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