Tic toc sulla spiaggia e i marroni si sgretolano

Ogni estate ha sempre avuto il suo tormentone, la canzone che veniva ripetuta fino allo sfinimento provocando poi alla fine dei “nooooo!”, appena partiva. Quest’anno non c’è stato un tormentone canoro ma l’estate può essere sintetizzata in due caratteristiche, una maniacale e una sonora. Quella maniacale riguarda queli che sono andati all’estero. La ricerca non è stata quella del bel monumento, del bel panorama, del buon ristorantino, della bella spiaggia, ma quella del Wi-fi. In qualsiasi bar o hotel l’italiano approdasse (ma anche soltanto se ci passava vicino camminando) zac, telefonino in mano, impostazioni, elenco delle reti. “Qua c’è!”, “Qua non c’è”. Il bolognese nello specifico: “Què agl’iè!”, oppure “Què un càzz!”. Un popolo che ha preso un caffè solo per connettersi (come una volta si prendeva un caffè per poter andare in bagno). Siamo per esempio in Spagna? Caffè el Panduro? Sediamoci. “Eccolo, c’è il Wi-fi, Caffè El Panduro…mi sono connesso”. Fin lì pazienza. E la password? I perfidi gestori di bar, alberghi e ristoranti hanno inventato password impossibili che richiedono operazioni simili a interventi chirurgici. “Password? Eccola”, e ti mollano un fogliettino con scritto: “ZvvgsRt678GhhTT5%000”. Con smadonnamento immediato perché il ditino, si sa, è fallace, la maiuscola pure, e i tentativi durano un tempo necessario agli altri per prendere ottanta caffè. “Non va!”. “Mo soccmel!”. Questi i suoni dell’estate. Un’estate protesa ad un unico scopo: dare una sgranata alla bacheca di Facebook. Per poi postare foto di se stessi o di amici con cappelli strani, piedi in primo piano sui lettini col mare di sfondo, panorami insulsi con nessuno, foto mosse. Il tutto condito da facce compiaciute e sorridenti perché l’acquisto del bacchettino del selfie ha funzionato e le foto sono belle (tutti schiacciati perché di solito il bacchettino viene tenuto alto e l’immagine è di nanetti che ridono felici). Ma le password sono state un tormentone peggio di una canzone. Da non dimenticare anche che i gestori dei locali, per un gusto sadico, si sono divertiti a darla nella loro lingua e quindi buonanotte con lettere e i numeri.

L’altra caratteristica dell’estate, per quelli che sono rimasti in Italia, sulle spiagge, è stata sonora. Il suono dell’estate non è stato quello di una canzone ma delle racchettine di legno usate sulla battigia per giocare a tennis, padre e figlio, madre e figlia, figlio e figlio, padre e padre, amico e amico. “Toc, toc…toc…toc, toc…”. Nella quiete della spiaggia, con il leggero sciabordio delle onde, nelle silenziose camminate fino al molo, nel relax dopo un anno vissuto nelle città in mezzo ai rumori…”toc…toc…toc…toc…(risata)…toc…toc…toc…(risata)…toc…toc…toc. Toc (“soccia bello!”). Quel suono, quel rumore di legno, quel tic-toc è penetrato nelle orecchie, nelle teste, nei cervelli, di milioni di persone che tentavano di leggere un libro o di schiacciare un pisolo. L’effetto scaturito era ben preciso: come quello di un cricco secco, alternato, prima a un attributo maschile (intendesi in latino “testicula”), poi all’altro. Tic…toc, tic…toc. Alla fine della sfida sulla battigia (alcune partite sono durate anche tre ore) lo sgretolamento degli attributi maschili copiti dal cricco era pressochè totale. Come un bombardamento col laser quando hai dei calcoli. “Tic..toc…tic…toc”. E da sotto gli ombrelloni, in punti imprecisati e misteriosi, uscivano dei “Dumaròn” che sgusciavano fra la folla e prendevano il mare, verso la Croazia.

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