Troppe complicazioni? “Ah, ma è la prassi…”

rsz_prassiLa frase è quasi sempre in agguato. Entra nella modalità pre-incazzatura, come se potesse mettere a posto tutti, convincere chiunque, tranquillizzare anche il più esagitato degli esseri viventi: “E’ la prassi”. Così dopo uno sta zitto, manda giù e incassa (quindi sostituisce il concetto, con le due ‘esse’ al posto delle due ‘zeta’). Il bolognese ha una reazione abbastanza comune alla frase “E’ la prassi”, che è: “Ah bàn alàura!”. Ah bè allora. Come dire che ci si arrende, che non c’è niente da fare. Vai mo te a metterti contro alla prassi, se sei capace. Con quella parola magica si scusa qualsiasi malefatta e si sopportano spaventosi inghippi burocratici. Tipo che se devi mandare una domanda semplice a qualcuno, una domanda che tu compili in tre secondi, succede che non ti rispondono per tre anni perché la domanda prima doveva essere inviata al tal ufficio, poi rimbalzata in un altro, poi approvata da un altro ancora, infine ha dovuto rimanere in attesa di una firma nel cassetto di un altro ufficio insieme ad altre duecentomila domande. “Ma come?”, uno obietta. “Ma come è possibile che ci mettano tre anni?”. La risposta ti sega, è definitiva, è di effetto soprannaturale, non ammette replica: “Ah…ma è la prassi!”. E tu rimani lì come un babbeo, annuendo e allargando le braccia, come un portiere dopo un gol su punizione di Messi. La prassi è, a modo suo, “imparabile”. Si infila nel sette e buonanotte. Poi è chiaro, il bolognese, dopo un certa età, può anche commentare in forma varia, tipo: “Socmel la prassi”, “Du maròn la prassi”, “La prassi di sti dù”, “Va a fèr dal pugnàtt la prassi”. Ma il risultato non cambia. Cioè la situazione rimane quella. La prassi è una dei grandi vincoli che la “Grandi Complicatori”, associazione nata negli ultimi anni, ha inventato per rompere le scatole alla gente e renderla inerme, spaurita e incatenata. Badate che sono geniali. Quasi inarrivabili. Facciamo altri esempi? Una volta, un Comune, un ente pubblico, ti chiamava a fare uno spettacolo, in qualche manifestazione o rassegna, tu andavi, facevi lo spettacolo, percepivi il compenso pattuito e via. Ma la situazione, la famosa “prassi” era troppo semplice. Mica si poteva continuare così, impunemente, in maniera semplice, andare in un posto, fare uno spettacolo e venir via. Noooo. Adesso bisogna firmare dei moduli, molto curiosi e bizzarri. La novità è il modulo anticorruzione. No, non stiamo scherzando. E’ tutto vero. In pratica è un certificato in cui tu dimostri che non sei corrotto e che non sta corrompendo nessuno. Presentando i tuoi dati, e tutti quelli dei tuoi parenti fino all’ottava generazione (quindi si va indietro fino verso il 1500), con codice fiscale, tesserino sanitario, forse anche numero di scarpe, circonferenza del collo eccetera, devi dichiarare che non sei parente con nessuno dei dipendenti o dei dirigenti di quel Comune o di quell’ente. Se, putacaso, sei cugino di terzo grado dell’usciere o della signora che alla mattina fa le pulizie, ciccia. Non puoi più fare lo spettacolo. Perché c’è il sospetto della corruzione. E cioè che la signora delle pulizie magari si intaschi una percentualina perché ha manovrato nell’ombra in modo che lo spettacolo lo facessi tu e non Mick Jagger. Irresistibile. La famosa “sicurezza”. Poi c’è l’antimafia. Cioè un autocertificazione in cui devi dichiarare che non sei un mafioso e così quelli della tua famiglia (fino al Medioevo). Se, al contrario, scrivi che sei un mafioso o che tuo zio è un latitante, ci credono e non ti prendono. Un po’ come in aereo quando arrivi negli Usa che devi mettere la X sul no alle domande tipo: “Sei un terrorista?”. Se, per errore o per uno scossone dell’aereo, metti la X sul “Sì”, non potrai più entrare negli Stati Uniti per sempre. Perché ci hanno creduto. Occhio quindi. A non sbagliare casella.

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