Tutti al bar per il caffè ma qualcuno lavora poi?

rsz_gente_al_barAl bar una mattina qualunque. Gente al bancone che consuma, due che chiacchierano sorseggiando un bicchiere, una signora che attacca bottone sul tempo, uno che vien dentro e sfotte il barista sull’Inter perchè ne ha presi tre, un altro che sta lì a controllare le quote per le scommesse, un altro appoggiato al muro che digita sul cellulare, due in giacca e cravatta che entrano e chiedono un caffè parlando di un appartamento da vendere. A un certo punto il barista butta là una frase, più che una frase è una domanda, più che una domanda è un concetto sociologico dal vago sentore polemico e cioè: “Ma c’è qualcuno che lavora qua?”. Ovviamente tutti sorridono. E allora lui rincara: “No perché io è dalle sei di stamattina che faccio dei caffè e dei cappuccini ma qui mi sembra che nessuno faccia un… (e una parola che per decoro è meglio sottacere)”. E’ vero. Il ciondolamento da bar è una delle caratteristiche di questi tempi e di questa città. Il bar è un’isola trovata, una spiaggia dove arenarsi a mezza mattina, a mezzo pomeriggio, come balene in pausa planton. Qui è pausa caffè. Il famoso stacco che a volte diventa talmente lungo che dopo c’è la pausa lavoro. Gente che staziona al bar, che vive al bar, che staziona al bar, che non si schioda da lì. Il pensionato, diciamo
così, è il fruitore più assiduo, non ha niente da fare, si piazza lì, si siede, legge tutti i giornali e butta là frasi sui massimi sistemi per poi guardare disperatamente tutti quelli che sono al bancone per vedere se qualcuno annuisce abboccando, e fa partire il pippone. Mai incrociare uno sguardo al bar. Bisogna guardare in basso. Se incroci lo sguardo di uno che ha appena detto per esempio: “Soccia è uno schifo, non riesci a camminare in Piazza Aldrovandi alla sera…”, finirai triturato in una filippica contro il comune, il governo, lo stato e l’universo. Il bar continua a essere il microcosmo delle lamentele o delle discussioni da “gancio”, e cioè delle discussioni dotate di un gancio che esce dalla manica di chi le lancia e ti afferra inesorabilmente trascinandoti nel gorgo del parliamo di niente. E intanto il barista sgobba, stazzina, sbicchiera, scaffettizza, scanchera. Ogni tanto partecipa anche lui, ma ogni tanto appunto gli viene il dubbio: “Ma c’è qualcuno che lavora qua? O son solo io che lavoro?”. In verità quelli che lavorano si accorgono subito di quelli che non fanno una minchia, gli viene più facile in quanto vorrebbero essere così ma non possono. E nelle mattine e nei pomeriggi feriali ci si accorge che a Bologna c’è anche un sacco di gente che non fa un bel niente. Un caaz! (come si dice in lingua colorita, che si può dire). Gente che deambula, zombi che entrano ed escono dai caffè, gente seduta ai tavolini che legge il giornale o prende l’ultimo sole, donne che ingaggiano eterne discussioni sui figli geni e sui professori disadattati, gente che telefona. Ecco, c’è molta gente che telefona. Per ore. Li vedi all’incrocio di una strada, sul marciapiede e dopo 20 minuti ributti l’occhio e sono ancora lì. E siccome ridono molto mentre telefonano, viene il sospetto che non stiano propriamente lavorando. “In fan un càz tot al dè!”, dice a voce alta poi l’uomo sudato che sta spingendo un carrello pieno di casse appena scaricate dal furgone. “Ma non vede che bel ritmo, che città tranquilla, non frenetica, li vede i tempi? Va là che siamo fortunati”, gli dici per provocare una reazione. E infatti: “I tempi luquè! In fan un caaaz!”, allungando le “a” per dare più forza al concetto. E’ nata così, imperiosa ed esponenziale, la categoria chiamata dei “fancazzisti” che si riunirà presto in associazione e a cui ci si potrà iscrivere gratuitamente. Serve poco. Unico requisito: non fare una minchia tutto il giorno. Ah, c’è compreso un caffè pagato di benvenuto. Così il barista può ribadire la domanda.

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