Tutti in fila disperatamente
nell’inferno del Cup

quattro-ore-al-cup-per-una-tacusate-il-call-center-e-le-email_f7f86e30-7007-11e8-93b7-90e5457d0d3a_998_397_big_story_detail“Vado al Cup”. E cos’è? Una località? Un laboratorio spaziale? Tutti dicono che vanno al Cup e molti di loro non sanno cos’è. Cup vuol dire Centro Unico di Prenotazione. L’andare al Cup è un avventura per qualsiasi essere umano. E’ un luogo fantomatico, forse una proiezione della nostra fantasia. Quando si va al Cup ci si prepara per un lungo viaggio. E’ una cosa seria andarci. Perché si sa che si passerà attraverso un durissimo esame. Di abilità, di attenzione, di conoscenza, di velocità. E’ una prova di intelligenza, il Cup. Chi esce vincitore dal Cup può affrontare la vita serenamente. Questo luogo misterioso è dotato di un macchinario perverso e minaccioso, una sorta di severissimo robot che serve i numerini per essere accettati non nell’aldilà, ma semplicemente “di là” e cioè nelle altre stanze dove si possono fare esami, ritirare referti, chiedere, prenotare eccetera. Le macchinette dei numerini per l’ingresso nell’aldilà sono strumenti tremendi, senza compassioni per i poveri tapini. Non ammettono errori. Al loro cospetto, ogni giorno, si sgretolano milioni di certezze. E di consapevolezze di comprendere qualcosa della vita. Il colpo che puoi ricevere è sapere di non capire una minchia di niente e piombare nella costernazione più profonda. Ma Cup vuol dire Usl, vuol dire Inps, vuol dire luoghi dove bisogna staccare il famoso ticket (che vorremo chiamare numerino allo stesso modo che gli americani, se vai per esempio a New York non lo chiamano numerino ma ticket (mo vè!), nel senso che ognuno parla, come logico, la sua lingua. Mentre noi siamo talmente imbecilli che chiamiamo tutto col nome americano, perchè così siamo più “fighi”). Scena tipica. Due soggetti si avvicinano circospetti alla colonnina di ultima generazione, un totem ultrapiatto che mette paura solo a guardarlo e che attende immobile, come una divinità pronta al responso. Sono una mamma anziana, incazzata (almeno così evince dalla sua mascella da film western) munita di bastone e figlio sessantenne circa, dall’aria lievemente rincoglionita. Di fronte a loro si apre il mistero. Il touch-screen è, nella loro conoscenza, tutt’al più il rumore che fa uno scaraccio. Una serie di pulsanti da premere. Varie diciture da decifrare. Anagrafe, esami, punti prelievi, ritiro referti, Cup, farmacia…Intanto arrivano altri che velocemente premono un bottone e zac, esce un numerino e vanno via. Ma i due osservano riflessivi. Quella gente così frettolosa e sicura non gli piace per niente, li insospettisce. Qui bisogna ragionare. Il figlio sessantenne un po’ rinco preme, così non si sa perché, “ritiro referti”. “Noooo, urla la mamma e colpisce il figlio con la zanetta alla caviglia. Il figlio fa “Ahià!”. Invece aveva premuto giusto perché, non avendo una mail, non hanno potuto ricevere i responsi e quindi devono prendere la busta. Il totem è inflessibile e inesorabile. Se ti sbagli a spingere, fai una fila per niente e vai alla deriva. Il totem sputa un numero e loro si siedono a fissare tabelloni luminosi in alto, che sembrano le partenze di Milano Centrale. Gli sportelli sono dentro a un cubo dal vetro opaco e minaccioso. Effetti della privacy sì, ma anche metafora dell’oblìo. Per sapere quando si deve entrare, si deve guardare lì. Allora compare la sigla RR, che sarerbbe ritiro referti, ma la mamma incazzata e il figlio bollito lo ignorano, abbastanza giustamente. “Cos’è?”, fa la donna con un tono da John Whayne mollando un altro colpetto col bastone allo stinco del figlio. Lui fa “Boh” e lei: “ Ci chiameranno, stai attento! Zucone! (con una c sola)”. No, invece, cara mamma e caro figlio. Per la famosa privacy non vi chiameranno mai più. Non possono più pronunciare i vostri nomi. Senno sai cosa potrebbe succedere di tremendo (non ne abbiamo sinceramente idea). Una voce metallita dirà “Numero RR 1 4 5 sportello informazioni!”. E voi rimarrete lì, seduti. A guardarvi in cagnesco. Per un tempo tendente all’infinito.

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