Commenti recenti

Una volta era una semplice bistecca
adesso bisogna “massaggiarla” ore

Un tempo fu la bistecca. Si diceva: “Mi dia una bistecca”. O di manzo o di maiale. Adesso, in certi tipi di ristoranti, siccome è scattata la moda di fare la storia di tutto quello che mangi (dandoti anche il numero civico dell’orto della Basilicata in cui è nato il tal pomodoro, con annessa la storia della strada, foto e cartine storiche), anche la carne è diventata una materia complicatissima, di cui bisogna conoscere tutto. Se fai tanto di dire: “Vorrei mangiare un po’ di carne”, sei a rischio. A parte gli straccetti e la tagliata che sono ormai roba banalissima, anche se viene diligentemente comunicato da dove viene, il tipo di bovino, il nome del bovino stesso e di sua nonna. Ti può capitare di dover ascoltare il seguente monologo. “Le propongo un tipo di carne che abbiamo fatto venire da un piccolo produttore (sono sempre piccoli i produttori, notate? Se sono grandi fanno schifo) di una frazione di Belfast. Noi la frolliamo due mesi, poi la sfrolliamo e la rifrolliamo per altri due mesi, la carne a questo punto è ben stagionata e viene massaggiata per un anno…”. Dal tavolo si alza un timido: “Un anno?”. Il cameriere, o gestore, non si scompone: “Certo, per un anno. Abbiamo dei massaggiatori che facciamo venire apposta dalla Turchia, presi dai migliori bagni turchi. Perché la carne venga tratta bene e diventi buona i massaggiatori devono avere i baffoni neri alla mongola ed essere vestiti solo da un piccolo straccetto bianco per le parti intime. Poi quando la carne è stata massaggiata emette il tipico: “Peeeerò! Adesso mi sento proprio bene”, e allora a quel punto subentrano per due mesi dei piccoli massaggiatorini giapponesi che la massaggiano solo con tre dita, così che la carne dica: “Soccia però, che due marroni sti massaggi”. A quel punto vuol dire che è pronta per essere mandata in vacanza in un alpeggio del Tirolo dove impara lo yodel. Finita la vacanza arriva qua da noi che le diamo due pacche per rincuorarla e la serviamo tagliata al coltello, ma un coltello fatto apposta da uno speciale  arrotino di Toledo, che mentre forgia i coltelli  annuncia a voce alta di essere arrivato. Si chiama carne Sbuzka. Come voi saprete è già notissima. E buonissima. Ve la consiglio”. A quel punto dal tavolo molti annuiscono. Ma c’è quasi sempre uno che fa: “Io una carne che ha tre anni non la mangio. Avrà i bigatti”. Viene ignorato. Lui opta per un insalata e si becca un pippone di mezzora sulla origine dell’olio per condirla. A quel punto si va via lisci. E, forse, si mangia.      

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *