Urca, òila, che tomella,
evviva gli intercalari

dumaronLi abbiamo già nelle orecchie e ormai non ci facciamo quasi più caso, ma c’è un mondo di intercalari che usiamo nel linguaggio quotidiano e che sono formidabili. Alcuni sono inossidabili, alcuni passano di moda in fretta, alcuni spiazzano perché sono nuovi. E’ inutile, il più classico, sempreverde, è il “Mo soccia!”, detto per sottolineare una cosa esagerata, sia nel bene che nel male. Perfetto anche per identificare un tipo pesante, quando comincia a raccontare. “Mo soccia!”. A scelta si può usare tranquillamente anche: “Che tomella!”, oppure: “Masagnooo!”. Si usa molto, quando ci si saluta, “Oila”, non con l’accento sull’ultima eh, ma sulla prima. Oilà è in alternativa e viene usato a seconda dell’ispirazione. Una volta, ma questa è roba da bisnonni che l’avevano memorizzato da una pubblictà televisiva (lo diceva Ernesto Calindri), si usava: “perdindirindina”. Di solito quando scappava la pazienza. Un tempo si era molto più soft nelle esclamazioni. Adesso il “fat dèr in tal cul” è diffusissimo, lo dicono tutti, dai nonni ai cinni di tre anni. Lo si usa ormai come intercalare, anche quando non si è particolarmente arrabbiati. Esempio: “Ti saluto, ciao, ci vediamo   domani sera…”. E l’altro: “Va bàn…fat der in tal cul”. Così, anche senza senso, come semplice intercalare, spogliato dal suo significato. Un’altra roba un po’ datata è ”Urca!”. C’è comunque chi ha una faccia tipica da “Urca!”. Ecco, il sindaco Merola per esempio, è un tipo che potrebbe commentare “Urca!”, quando legge il costo del People Mover, ma tanto per dire. A Bologna non tramonta mai invece il “Eeeh, ban ban ban ban” (quattro volte), per esprimere meraviglia su una cosa disastrosa. Come il “mocchè mocchè mocchè” (tre volte) per confermare il senso di scetticismo, profondamente solidificato nel bolognese. Da qualche babbo, ma forse da qualche nonna si sente ancora dire, come esclamazione: ”Ellapeppa!”, che sarebbe poi “E la Peppa!”, ma si dice tutto attaccato ed esprime stupore. Una bella donna che passa è “Ellapeppa!”, ma più propriamente, e più diffusamente il classico: “Mo soccmel”. Per un periodo è andato di moda “Au lìver!” che però è di incerta origine perché non si capisce cosa vuol dire. Poi epiteti e rinominamenti di persone: se uno inciampava può diventare subito: “Ou guèrda mò lè, Imbalzelli Gino!”. Ma le mode si sono succedute anche nelle catalogazioni e nei generi: un omosessuale per esempio è stato, prima un “flòbero”, poi una “kira”, per sfuggire anche dal bruttissimo termine “busèn” e “busunàzz”, per troppo tempo stato usato dalla gente più ruvida. Adesso per esempio sta avanzando una definizione più fantasiosa, sempre a riguardo, che è: “Va un po’ a vela e un po’ a motore”.

Altro intercalare molto usato per essere meno scurrili e dribblare il classico “Dumaròn”, è il raffinato “Mo che dou scatol!”, dove il termine scatole ingentilisce felicemente la materia genitale. Si usa ancora in certi casi il “Mo sòrbla!”, che è una contrazione di sorbole. Come, per evitare di bestemmiare, si arzigogolano imprecazioni purgate come “Dio svizzero”, “Dio scannabisso”, “Porco zio!”, “Porco diccoli!” (lo diceva sempre Edmondo Fabbri, l’allenatore, e il dubbio che Diccoli fosse un giocatore è stato fugato in fretta).

Per mandare qualcuno a quel paese in maniera più tranquilla si dice: “Va bàn a cal paàis”, oppure “Va a fèr quel ètar”, cioè a fare quell’altro, che non si sa cosa sia nello specifico. Sentita anche “Va a fèr dal puntùr”, molto diretta, ma non si capisce poi a chi il soggetto dovrebbe andare a fare queste punture. O anche “Va a fèr dal sulàtt”, cioè delle suole da scarpe, oppure il bellissimo “Va a fèr di grògn!” (va a fare dei grugni). In tutti questi casi lo si fa per usare dei sottoprodotti del ben più usato, eterno e mitico: “Va a fèr dal pugnàtt!”.

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