Viva la “praivasi” e comunque…è tutto fermo

Quando uno vuole far arenare una discussione o sollevare un problema insormontabile usa tre frasi: 1) Eh si ma la privacy, 2) E’ tutto fermo. 3) Non ci sono soldi. Ecco, lì ci si arrende, ci si ferma, non si sa più cosa dire.

La “praivasi” tiene in scacco centinaia di migliaia di famiglie. Quando si firma un foglio per qualsiasi cosa, i fogli alla fine sono sempre una ventina. E l’ultimo, quando sei già distrutto e non senti più la mano, è quello per la “praivasi”. Che quasi tutti gliela danno su, non lo leggono neanche, firmano e buonanotte perché non vedono l’ora che sia finita. Il vecchio pensionato della Bolognina è uno specialista in quei casi e quando gli arriva in mano quell’ultimo foglio da firmare esprime il commento classico: “Praivasi luquè” e firma scuotendo la testa. Quando poi sente parlare di dati sensibili si tocca istintivamente, pensando che sia una cosa che porti iazza. I dati sensibili sono infatti una cosa molto preoccupante. E se all’anziano spiegano che sono riferiti alla salute, alla religione e al sesso, lui, sentendo l’ultima parola, chiede con aria di leggera sfida: “Lo sai te cos’è sensibile?”. E poi aggiunge tra parentesi: “Anche se ancora per poco”. La “praivasi trionfa quando si tratta di una password o di un pin. Di password te ne mandano a casa la metà, poi con un corriere l’altra metà, poi mezzo pin ti arriva con un sommergibile e l’altro mezzo con un commando di teste di cuoio in assetto di guerra. Per la praivasi, chiaro. Se in banca pronunci per sbaglio la tua password davanti all’impiegato ti viene tagliata la lingua, se la scrivi ti viene amputata la mano. Per la praivasi. Scherziamo? I tuoi dati potrebbero essere intercettati da uno in Nepal che ti protrebbe fregare tutti i soldi. Poi succede invece che ci sono milioni di telecamere che ti riprendono anche mentre di scaccoli in bagno, milioni di persone che “entrano” in casa d’altri su Facebook, milioni di persone che coi telefonini per strada ti fotografo e ti filmano. O gente che ti telefona a casa all’ora di pranzo per delle promozioni. Ma quello fa niente. Ormai si firma per la praivasi come si firma per la droga, per l’aborto, per un referendum o per le scie chimiche. La praivasi. Una parola di una comicità ai limiti dell’irresistibile.

Ma i discorsi si arenano anche sul: “E’ tutto fermo”. Qualsiasi cosa tu cerchi di fare in qualsiasi momento, un concorso per diventare impiegato comunale, una richiesta per trovare posto come cameraman, per programmare uno spettacolo in un teatro, per diventare fotografo in un giornale, per essere insomma assunto da qualche parte ti rispondono sempre la stessa cosa e cioè: “Si, adesso però bisogna aspettare perché è tutto fermo”. “E’ tutto fermo”. E lì ci si arena. Perché chiedi e ti rispondono che bisogna aspettare le elezioni, un nuovo consiglio, delle nomine, un cambio al vertice, un passaggio di quote, qualsiasi cosa per cui per ora…è tutto fermo. Una scusa perfetta per non fare. Col pensionato che nel caso commenta sempre: “Sai cos’è tutto fermo?”. E la risposta non viene detta ma la si intuisce. Infine il “Non ci sono soldi”. E’ una frase che si dice dal 1500 e probabilmente anche prima. La si pronuncia per convincere qualcuno a lavoare gratis. Nel mondo dello spettacolo è molto diffusa. La si addolcisce spesso con la parola “beneficienza”. Se vuoi che qualcuno faccia qualcosa gratis (quasi tutti) devi provare con la parola magica: “beneficienza”, seguita dal: “Sai non ci sono soldi, è il momento…”. E il pensionato chiuderebbe col classico: “Il momento luquè!”.

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