“Una brioches al carbone?”
“Ban, cussèl cl’affèri lè?”

ShowImageUna salata vuota. Una con la crema. Una col cioccolato. Una alla frutta. Da sempre le “chiamate” per le brioche alla mattina al bar, erano queste. Dall’imperiosa entrata in scena dell’era dei “complicatori” è cambiato tutto. Ci complichiamo la vita anche a fare colazione e complichiamo la vita delle stesse brioches. E’ un mondo bio? E allora ecco le paste bio. O le paste a chilometro zero. In realtà alcune paste, quelle surgelate che i bar, prima di mettere in vetrina, scongelano e rendono fragranti grazie al forno a microonde, sono in realtà buonissime, però hanno 1600-1700 chilometri (non zero) perché sono nate nei forni di Bucarest e di Timisoara, probabilmente due anni fa. Quindi chilometro zero luquè. La gente oggi vuole sapere come sono fatte le cose che mangia: E quando non lo volevamo sapere, cioè per secoli? Come mai non siamo morti? Oggi l’importante è che non siano additivi, stabilizzanti, conservanti, esaltatori del sapore, lecitine, emulsionanti, coloranti, lucidanti, cere, aromi artificiali. Se c’è scritto in bella evidenza allora si può prendere la brioche. Brioche senza zucchero, senza crema, senza cioccolato, senza vaniglia, senza niente in pratica. Più non sa di niente più è buona, e uno la mangia tutto contento perché si sente più leggero e più protetto (soprattutto dopo la sbafata di cotechino col friggione di ieri sera “Ma sai, avevo degli ospiti da Milano…”). La crema non è più crema, ma è vegana, cubana, culana. Colpisce molto il termine “senza fibre”, chissà perchè. Anche la frutta si adegua e accanto a certe paste c’è scritto: “Con la frutta raccolta bio da un contadino zio in una campagna denuclearizzata di Pavia”. Dice il pasticcere che va molto. Se uno (o una, perché la scelta è più spesso femminile) l’ha sentito dire allora è vero. Vale per le brioches quello che vale per le crescentine. Per le brioches è: “Questa non è dolce, senti, fa meno male”’, quando non è mai esistita una brioche non dolce a meno che non sia salata. Ma è lo stesso (“Senti? Non è salata!). Per le crescentine vale il concetto del “Queste non sono unte”, dove una crescentina non unta non si è vista da miliardi di anni. E poi, caso clamoroso degli ultimi tempi, la brioche nera. Un caghino (o anche un cagone, a volte) fatto a ricciolo, che sembra l’escremento di un cane che non sta benissimo. Quella pasta è fatta con carbone vegetale (che sarebbe proibito e ammesso solo in famacologia), ma noi facciamo squasi al cielo. “Buonizzzimaa!”, “Fantasticaaa!”, “Squizitaa!”. In realtà quando di fianco alle altre paste ci sono queste cacche nere è abbastanza allarmante. Si sono visti veterinari a consulto, osservare l’oggetto, e convenire che quel tale cagnolino ha bisogno di cambiare alimentazione. Si sono aperti dibattiti al bar. Le proprietarie dei cani hanno subito detto: “No, io la controllo sempre, così nera non l’ho mai vista”. Una con stola leopardata ha ribattuto: “La Lilly la fa un po’ rosa, soprattutto in primavera” e nessuno, vista la boiata, l’ha considerata. Alcuni guardando nella bacheca hanno sussurrato: “Ban, cussel cl’affèri lè?”. Poco più distante qualcuno mangiava la pasta nera con grande trasporto dicendo: “Bè, a me piace perché mi han detto che il carbone vegetale cura la flatulenza e la do anche a mia suocera”. Uno scorreggione professionista di Funo che stava mangiando un cornetto nero è intervenuto chiedendo attenzione. Si è piegato un po’ di lato. La sua bocca ha fatto una smorfia da leggero sforzo e, dopo un lungo momento di pausa, ha alzato la mano e ha detto: “No niente, scusate, a monte”. E’ arrivato da dietro un signore distinto con fare gentile ha detto: “Scusate, ma mi sapete dire perché una brioche nera? Perché il carbone vegetale? A chi è venuto in mente? Perché? Me lo sapete dire per favore?”. Nessuno ha saputo rispondere. A quel punto è sceso un torrido silenzio. E il bar si è vuotato.

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